No global in salsa giacobina

Di Arrigoni Gianluca E Casadei Rodolfo
07 Febbraio 2002
Al forum di Porto Alegre non si erano mai visti tanti francesi. Parigi ha scelto la via del “no global di lotta e di governo”: ministri del governo Jospin, parlamentari, sindaci e candidati presidenziali della maggioranza fiancheggiavano militanti di Attac, sindacalisti ed editorialisti di Le Monde diplomatique. Dando l’impressione che la società civile francese non sia tanto spontanea, ma piuttosto irregimentata da alcune avanguardie di Gianluca Arrigoni e Rodolfo Casadei

Fabrizio Onida non è certamente un Chicago boy, né un economista vecchio stampo della Banca mondiale, anzi: docente della Statale di Milano e cattolico lazzatiano, fa parte del ristretto gruppo di studiosi che hanno l’orecchio del cardinal Martini, il principe della Chiesa più ben visto negli acquartieramenti della sinistra politica, compresa quella più radicale. Ma sul Corsera del 29 gennaio scorso ha fatto virtualmente quello che Jagdish Bhagwati, economista indiano liberista della Banca Mondiale, fece materialmente nel 1999 a Seattle coi manifestanti no global: si è rivolto direttamente ai contestatori della globalizzazione per difendere le buone ragioni della medesima. Le sue argomentazioni coincidono largamente con quello che avete letto su Tempi da un anno in qua: negli ultimi vent’anni i poveri nel mondo sono diminuiti dal 25 al 20 per cento della popolazione mondiale; i paesi che hanno fatto meglio sono quelli che hanno aperto la loro economia (3 miliardi di persone in 24 paesi hanno aumentato il loro Pil pro capite a medie annue del 5,2 per cento), mentre quelli che hanno tenuto chiusi i loro mercati hanno registrato una crescita negativa (1 miliardo di persone in 49 paesi a economia chiusa hanno perso un punto di Pil all’anno nell’ultimo ventennio); non è vero che la crescita economica accelerata aumenta le diseguaglianze all’interno di un paese, ma è vero il contrario se alla crescita si abbinano politiche sociali e infrastrutturali adeguate; la povertà non si combatte impedendo all’economia capitalista di radicarsi, ma proprio facendo il contrario: occorre promuovere e difendere la proprietà privata, lo Stato di diritto e una burocrazia moderna perché i poveri possano cogliere le decisive opportunità dell’economia di mercato (il peruviano Hernando de Soto lo spiega magistralmente nel suo Il Mistero del Capitale, Garzanti 2001).

Jospin e Chirac, même combat (se si tratta di globalizzazione)

Verrebbe da pensare che ormai solo ali estreme o elitarie (o lobbistiche) del panorama politico e intellettuale dei principali paesi industrializzati possono riconoscersi nei massimalismi e negli ideologismi di festose adunate come quella appena conclusa a Porto Alegre. Eppure non è così. Giuseppe Lazzati e i lazzatiani come Fabrizio Onida sono, come è noto, discepoli spirituali di Jacques Maritain (o meglio: del Maritain di Umanesimo integrale). Ebbene, proprio la patria del famoso filosofo cattolico oggi presenta la più grande concentrazione di forze no global a tutti i livelli: governativo, istituzionale, massmediatico, sindacale, movimentista. Per rendersene conto basta vedere quante “teste coronate” costellavano la folta delegazione francese a Porto Alegre. C’erano ben sei ministri del governo della gauche plurielle di Lionel Jospin, più un consigliere personale del primo ministro (Laurence Tubiana) e uno in rappresentanza del capo dello Stato Jacques Chirac (Jerôme Bonnafont). Tre candidati alle elezioni presidenziali di marzo hannno fatto il viaggio nella capitale del Rio Grande do Sul: Jean-Pierre Chevénement del Movimento dei Cittadini, Noël Mamère dei Verdi e Olivier Besancenot della Lega comunista rivoluzionaria. Ma non mancavano nemmeno François Hollande segretario del Partito socialista alla testa di una delegazione di cinque rappresentanti, Bertrand Delanoë sindaco di Parigi e tanti altri parlamentari e sindacalisti di sinistra. Ma anche Serge Lapeltier, il segretario del Rpr, il partito gollista di Jacques Chirac. D’altra parte in Francia la diffidenza nei riguardi della globalizzazione unisce le parti politiche anziché dividerle. Secondo un recente sondaggio la “mondializzazione” (questo il termine adottato dai transalpini per indicare il fenomeno) ispira “inquietudine” al 62 per cento dei francesi. Alla vigilia dell’apertura del vertice di Porto Alegre Jospin ha partecipato ad un dibattito del Consiglio economico e sociale (l’equivalente del Cnel italiano) sul tema “La posta in gioco della mondializzazione: regolazione e sviluppo” dichiarandosi a favore della “regolazione” e di politiche capaci di correggere “le derive del mercato”. Fra queste ha ipotizzato, come strumento per “nuove fonti di finanziamento” ai paesi poveri, la famosa Tobin Tax sulle transazioni finanziarie internazionali “speculative”. Jospin si vanta di aver mandato a monte nel 1998 il negoziato internazionale sull’Ami, cioè sulla liberalizzazione degli investimenti esteri, e di aver azzoppato il prossimo round negoziale del Wto introducendovi le tematiche ambientali. Ma anche Chirac ci tiene a far sapere che anche il suo approccio alla globalizzazione è critico. «Sono anni che il presidente auspica che la globalizzazione sia un fenomeno governato», spiega la sua portavoce Catherine Colonna, che ricorda come al G7 di Lione del 1996 sia stato il presidente francese a proporre il tema “Una mondializzazione a vantaggio di tutti” e come presso tutte le istanze internazionali egli si sia battuto per l’alleggerimento del debito estero dei paesi indebitati. Ma soprattutto che l’Eliseo è pronto a ricevere, prima della fine di febbraio, i rappresentanti Attac, l’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini che è diventata una delle organizzazioni più visibili e influenti della galassia no global.

Attac, più che un’associazione una piovra

Jospin ha messo a disposizione due dei suoi consiglieri per richieste di incontri da parte di Attac sin dall’ottobre dello scorso anno. I deputati francesi membri del comitato di sostegno parlamentare ad Attac sono ben 128, dei quali ben 74 socialisti e 30 comunisti. Anche al Parlamento europeo esiste un gruppo di sostegno, attualmente composto da 41 parlamentari, fra di essi ci sono anche gli italiani Armando Cossutta, Giuseppe Di Lello Finuoli, Lucio Manisco e Luisa Morgantini.

Attac è l’esempio più vistoso di sovrapposizione fra componenti governative, movimentiste, intellettuali e massmediatiche nel panorama no global francese. Attac è nata, se così si può dire, da un editoriale del direttore del mensile Le Monde Diplomatique Ignacio Ramonet nella primavera del 1998. Oggi Attac è presente in 40 paesi, vanta 28 mila aderenti e 250 comitati locali, e i temi su cui interviene non sono più limitati alle transazioni finanziarie. «Siamo diventati un’organizzazione sempre più generalista e un movimento che mira a proporre un’alternativa alla mondializzazione liberale –scrivono alcuni militanti critici dell’attuale conduzione di Attac-. Per mirare a questi obiettivi occorre creare e sperimentare nuove forme di democrazia. Come possiamo rivendicare un intervento crescente dei cittadini negli affari del mondo mentre i cittadini-militanti non riescono a intervenire negli affari di Attac?».

Effettivamente la conduzione dell’associazione faro del movimento no global francese attualmente non ha nulla di democratico, essendo interamente affidata ad un’istanza dirigente autonominata al momento della fondazione e che si amplia solo per cooptazione. E la cui composizione appare molto interessante. Il presidente di Attac è Bernard Cassen, ordinario di inglese alla facoltà di lingue dell’università di Vincennes, dalla cui direzione è stato sbullonato da un “complotto” di studenti maoisti. Editorialista di Le Monde diplomatique, scrive che oggi il compito è di «strappare il liberalismo dagli spiriti». Le Monde diplomatique è di proprietà del quotidiano Le Monde per il 51 per cento, e a sua volta controlla il 34 per cento di Politis Editions, l’editrice della rivista Politis, il cui fondatore e direttore, ora direttore del Consiglio di sorveglianza, è Bernard Langlois, uno dei membri fondatori di Attac. Schema simile per quanto riguarda la rivista Transversales/Science/Culture: Le Monde diplomatique controlla il 34 per cento delle sue azioni, e il Presidente del suo Consiglio di sorveglianza, Jacques Robin, è pure lui fra i fondatori di Attac. Le Monde diplomatique è pure azionista al 10 per cento di Témoignage Chrétien, periodico del dissenso cattolico diretto da Bernard Ginisty. La testata è nell’elenco delle “persone morali” fondatrici di Attac, il direttore fa parte del suo Consiglio di amministrazione.

Nella società Le Monde Entreprises, che possiede il 10,43 per cento di Le Monde (il quale controlla Le Monde diplomatique) è presente l’editrice Fayard. Ora, sono almeno tre i membri fondatori di Attac che hanno pubblicato libri anti-liberali da Fayard: Viviane Forrester, divenuta famosa con titoli come L’horreur économique e Une étrange dictature; René Passet con la sua L’illusion néo-libérale e Susan George (americana che ha voluto prendere il passaporto francese, molto invitata in Italia alle tre giorni di Mani Tese, vicepresidente di Attac) col suo Le rapport Lugano. Il presidente onorario del “direttorio” di Attac è Ignacio Ramonet (direttore di Le Monde diplomatique), il secondo vicepresidente è François Dufour, del sindacato agricolo Confederation Paysanne, quello di José Bové. Segretario generale di Attac è Pierre Tartakowsky, caporedattore del bimensile sindacale Options, dell’Ugict-Cgt (la Cgt è la Cgil francese). Il tesoriere è Jean-Christophe Chaumeron, segretario generale aggiunto della Federazione delle finanze della Cgt: per i soldi, insomma, Attac può stare tranquilla.

La democrazia scarseggia, i militanti protestano

Non c’è da meravigliarsi che Le Monde diplomatique faccia la parte del leone nella leadership di Attac. Considerato per molto tempo il fratello discolo del più compassato Le Monde, oggi il mensile di Ignacio Ramonet si è guadagnato i galloni sul campo passando in trent’anni da 5 mila a 300 mila copie. Lo scorso anno Le Monde ha subìto addirittura l’umiliazione di dover chiedere, per la prima volta nella storia, un prestito a “Diplo” per affrontare difficoltà finanziarie congiunturali. Un aiuto fra confratelli, ma fatto sta che da un po’ di tempo la penna di Alain Minc, l’editorialista di Le Monde che aveva criticato i no global e la Tobin Tax come fattore suscettibile di far aumentare il tasso d’interesse del debito dei paesi poveri, non si trova quasi più sulle pagine del quotidiano che fu diretto da Hubert Beuve-Méry.

Comunque i militanti di Attac non si lamentano della gran presenza di firme di Le monde diplomatique nella dirigenza dell’associazione, ma del verticismo e della mancanza di dibattito che sono lo stile costante dei leader. Forse un retaggio della cattiva esperienza di Cassen, defenestrato dalla sua bella poltrona di Vincennes dai gruppettari maoisti; o forse logico andamento di un presupposto ideologico –quello della sinistra radicale- che esalta i movimenti popolari, ma poi fa politica solo attraverso le avanguardie: dalla Bastiglia al Palazzo d’Inverno, il popolo è la massa di manovra, la direzione la danno gli illuminati.

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