Noi democrat, stiamo con Roberto
Prima di tutti, nel 2005, Formigoni dichiarò i limiti del bipolarismo di guerra che indirizza la politica italiana dal 1994. Scelse una strada suggestiva: la nascita di una lista per le regionali, impiantata sull’idea che nell’ultimo decennio la Lombardia avesse consegnato al nostro lessico politico parole come sussidiarietà, pluralismo educativo, welfare society: le forme moderne di un programma riformista. Quella lista non si fece, e chissà, forse il 9 aprile avrebbe trattenuto al centrodestra giusto giusto 25-26 mila voti, tra cui quello del sottoscritto. Ma veniamo ad oggi. Prodi vince le elezioni. La Moratti diventa sindaco di Milano non facendo mistero di guardare oltre gli schieramenti. A sinistra si muovono personalità del Nord (Cacciari, Chiamparino, Penati) che sanno bene che la “questione settentrionale” è, per il centrosinistra, tutta lì, irrisolta. Formigoni invece sembra immobile nel ruolo di governatore in costante tensione con la Lega. Bloccato nelle aspirazioni di leadership nazionale da gelosie varie. «È in declino», si dice. Bene. Al momento ci ha lasciato andare in vacanza con un forte rilancio del riformismo regionalista sostenuto da Ds e Margherita lombardi. Sa che troverà alleati inaspettati a sinistra, tra governatori del Nord, sindaci, organizzazioni di interessi. Formigoni è tornato, speriamo che stavolta non molli.
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