Noi ebrei, nel marasma del mondo

Di Calò Livné Angelica
24 Gennaio 2002
Kibbutz Sasa. Israele. Etty Hillesum, Il Diario, l’ho letto in un solo respiro,

Kibbutz Sasa. Israele. Etty Hillesum, Il Diario, l’ho letto in un solo respiro, sedendo accanto a lei e vivendo con lei l’emozione di una femminilità prorompente che sembrava coinvolgesse ed accendesse tutto intorno a sé. Cogliendo la magia delle parole di S., l’uomo che amava, figura magnetica che riusciva ad avvicinare ogni spirito, ogni creatura umana a D-o, alla perfezione del Bene, all’essenza più pura dell’Uomo. È stato come incamminarsi in un viaggio all’interno dell’Amore stesso, l’amore fatto di tutto: di abbracci, di parole, di poesia, di sensi, di intuito, di desiderio. A prima vista appariva come la lunga, delicatissima, sensualissima, introspezione di una giovane donna di oggi, colta ed intelligente, straordinariamente libera e moderna, alle prese con gli interrogativi di ogni donna, sui propri sentimenti, sui propri istinti, i propri sogni. E dolcemente, lentamente mi sono sentita coinvolta in questa storia d’amore… Ma le date riportate all’inizio di ogni pagina di diario, luglio 1941, settembre 1942, febbraio 1943, avevano una sorta di anacronistico e inquietante potere ed era come se qualcosa di oscuro, nonostante la luce che brillava da ogni pagina, cominciasse a salirmi su per la pelle… L’ho letto in un sol battito d’ali, immaginando il colore dei fiori, il loro profumo, sentendo dentro di me il dolore alle gambe a causa delle lunghe camminate a piedi perché agli ebrei era proibito salire in autobus e con il dolore al cuore perché era proibito loro uscire dalla città per stare a contatto con la natura, perché era proibito entrare nei negozi, perché era proibito continuare a vivere una vita normale di esseri umani. Ero con lei mentre leggeva Rilke e durante i dialoghi di lei con D-o che divenivano ogni giorno più intensi, che scaturivano da “un cuore pensante”, da una creatura che assiste alla distruzione sistematica del suo Popolo e sviluppa dentro di sé non paura, non rancore, non una fuga dalla realtà inverosimile e abberrante, ma altruismo, empatia ultimativa per tutti coloro che soffrono, comprensione e pietà per gli aguzzini che non hanno, non potranno mai possedere, con tutta la potenza e la prepotenza del mondo, quello che lei, Etty Hillesum, giovane donna ebrea cosciente, possiede e cioè la forza dell’amore. Etty è vita in questo “marasma del mondo” come in un’espressione di don Giussani, è colei che sa godere di un cespuglio di gelsomino, di un bocciolo di rosa, di uno sguardo appassionato dell’uomo che ama. E lei lo sa che questo suo saper apprezzare queste minuscole gioie mentre tutto brucia intorno e si distrugge è il dono inestimabile che ha ricevuto da Lui, lei lo sa, sa che D-o l’ha scelta, è questo il suo compito nella vita, aprire agli altri, a coloro che non riescono a vedere attraverso le ombre del terrore, della paura, dello sconforto, quelle porte che conducono verso la luce. Ho seguito Etty fino in fondo, nella sua breve e appassionata storia come un’amica, come una compagna di viaggio sentendo i miei sentimenti affini ai suoi. La sua storia accadeva sessant’anni fa e mentre leggevo mi chiedevo: che abbiamo in comune questa donna ed io? Perché la sento cosi vicina? È solo per il nostro appartenere al Popolo Ebraico? E mentre leggevo sentivo da un lato l’identificazione completa con l’istinto e la passionalità di questa giovane donna, dall’altro un lieve dolore qui, sul petto, che mi impediva, a volte, di respirare fino in fondo. Poi, proprio nelle ultime pagine, la descrizione del trasporto sui vagoni blindati verso Auschwitz, lei, serena, nonostante tutto, che sorregge e sostiene altri, e saluta dalla fessura del vagone i suoi amici con un sorriso che sembra dire «Ci rivedremo, lo so…» È allora che quel peso che avevo lì sul petto, si è sciolto in un mare che mi ha avvolta tutta e sono scoppiata in un pianto silenzioso, un pianto che tenevo qui da giorni, che non voleva uscire…e ho pensato quella bambina di dodici anni che l’altra sera, alla festa del suo Bat Mizva a Hedera ha visto crollare al suolo suo nonno e tanti altri ospiti sotto i colpi di un mitra… Mi sono venuti in mente quegli ebrei che entravano nelle camere a gas cantando sommessamente: «Ani maamin… Io credo che un giorno verrà il Messia», che cantavano «Gam gam gam ki eleh… Anche se sarò solo nella valle della morte non avrò paura mio Signore perché tu sei con me». Sì cara, giovane, coraggiosa Etty, sei riuscita a lasciare la tua grande eredità. Sei riuscita ad esprimere attraverso i tuoi pensieri che mai e poi mai sarà possibile cambiare o distruggere lo spirito di un Popolo. Che il tuo ricordo sia benedetto, Etty.

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