Noi, il potere, le opere (e perché non ci sanguina il cuore al pensiero che i referendum potrebbero non raggiungere il quorum)
Se vi fosse tra noi qualche don Abbondio che si scandalizza per il magma caotico di questa rivista, consideri la chiara direzione di marcia in cui ci siamo buttati a capo fitto dall’ormai lontano 1995, forse intuendo la novità – la fiducia nell’uomo reale che dice “Io”, il desiderio di libertà nel popolo – che faceva già capolino quando la storia d’Italia sembrava avvitata nell’euforia di massa per il tintinnar di manette e il “politici in galera”. Abbiamo avuto ragione a resistere al moralismo che ieri celebrava i suoi idoli togati, oggi ritrova i suoi eroi per strada prendersi a pugni come teppistelli qualsiasi per contendersi quel che resta (in poltrone governative e prebende parlamentari) della lugubre stagione di mani pulite. Abbiamo avuto ragione noi e torto tutti i profeti della Seconda repubblica, quelli che, se da una parte si doveva convincere la coscienza nazionale che la Vita è bella, dall’altra non hanno esercitato altro che l’arte del potere per il potere. Credevano che la storia si fosse fatta loro ancella, che di altro non si dovessero curare che di lotte intestine, affari privati e pubbliche virtù. Credevano fortemente nell’Ulivo mondiale e sono lì a cercare una pensioncina mariuccia nella politica locale. Lo sconcerto per il giorno del giudizo del 16 aprile è venuto giù a cascata, tanto che i più avvertiti capiscono la responsabilità e gli aspetti anche drammatici implicati nella realtà italiana fotografata dal voto delle regionali. Come leggiamo in un volantino distribuito dalla Compagnia delle Opere – in tutta evidenza suggerito dall’esperienza suscitata dall’uomo don Giussani, il “fondatore” di Roberto Formigoni – l’esito politico del 16 aprile “E’ una vittoria che viene da lontano: dalla fine degli anni Sessanta e forse anche da prima, quando a fronte di un clericalismo culturale e politico, che nello stesso tempo subiva e imponeva un’oppressiva concezione statalista, ha cominciato un vero e proprio movimento di resistenza per la libertà, come sussidiarietà e difesa della tradizione del Paese. Questo movimento, all’inizio piccolo ma non incerto, ha tenuto e si è allargato contro un ostracismo sociale che ha raggiunto punte paurose di conformismo e di illiberalità. Ancora oggi, senza un reale consenso della maggioranza della popolazione, governa una parte politica che, per quanto divisa al suo interno, è cementata dai fantasmi ideologici del passato. Il movimento per la libertà ha saputo sostenere il proprio ideale, ha saldato ad esso un’esigenza popolare sempre più grande, ha trasformato e dato cittadinanza politica a forze che prima non l’avevano. Laddove ne ha avuto la possibilità, in regione Lombardia per esempio, ha messo in moto una creatività legislativa e riformatrice, che ora gode di un consenso non inaspettato, ma inaspettatamente ampio. Le elezioni regionali registrano una specie di terremoto, dovuto a un numero vastissimo di uomini e donne che, magari confusamente, non sono più disposti a rinunciare ai propri desideri, alla ricerca di una identità e costruzione personale. Si è realizzato finalmente un profondo squilibrio di ciò che sembrava plumbeo e inamovibile.
Ma è solo l’inizio. Non è tempo di celebrare trionfi. E’ tempo in cui rappresentanti e popolo che li ha eletti si sentano chiamati a un compito lungo e non semplice di cambiare l’intera nazione”.
E’vero, non dimentichiamo che siamo solo agli inizi di questa non brigatistica, ma popolare battaglia di liberazione e disarticolazione del cuore dello Stato. E si rammenti: quel potere centralista e statalista è talmente terrorizzato della sua nudità, che oltre ad ostacolare il lavoro dei Governatori, pur essendo indifferente all’esito di un referendum che ha temuto e fortemente osteggiato, oggi è costretto a fare di tutto (tramite i concertati siparietti alla Segni-Bonino, la mobilitazione di qualche amichetto ecclesiastico, la ricerca di un minimo comun politico con i sindacati, l’ordine di servizio in Rai per mandare in onda trasmissioni e spot antiastensionisti) per ottenere il raggiungimento del quorum. E questo perché il formalmente legale e sostanzialmente illegittimo governo Amato, governo che, ragionevolmente, anche ammmettendo e non concedendo tutte le buone intenzioni (del tecnico) del caso, può fare ben poche cose se non contabilizzare le perdite di una stagione politica arrogante e fallimentare, possa trovare un appiglio per sopravvivere (ancora pochi mesi) al giorno del giudizio popolare.
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