Noi a sbranarci sull’antifascismo. Loro a incassare plusvalenze
Si dice che il subcomandante Bertinotti, eroe dello zapatismo e del popolo di Seattle, per non sapere né leggere né scrivere, all’epoca in cui i suoi voti facevano comodo al governo, di tanto in tanto (ma sempre alla vigilia di un passaggio delicato per l’esecutivo), usasse convocare un incontro con amici agenti di cambio a Piazza Affari. La ragione? Per comunicare loro le decisioni assunte dal comitato centrale del partito, di modo che la mattina dopo, se la vedessero loro con i titoli che nel pomeriggio magari sarebbero schizzati in alto o in basso, magari in relazione a qualche difficoltà o buona salute del Governo. Ora che la Borsa è diventata un affare serio e che il popolo si cimenta in operazioni tali che, dicono, faranno un sacco bene al risparmio e alla crescita del “sistema Italia”, i nuovi invidiatissimi miti-symbol sono i personaggi che sfondano nel gioco dell’Opa, degli orsi e dei tori, pregiati termini per dire chi scende e chi sale nel fare i soldi. Giusto che professionisti miliardari come Paolo Panerai, dominus di MF, Class e una quantità d’altri prodotti finanziari salgano sui pulpiti e, legittimamente, dal cielo dei loro successi si rivolgano al presidente del Consiglio con un confidenziale “Caro Giuliano”, poiché, “visto il nostro sodalizio sarebbe ipocrita darti del Lei”, o che bussino alla porta della politica per dire, come ha scritto Panerai nel suo brillante MF, “ se il Paese ha bisogno certo non mi tirerò indietro”. Ma certo che il Paese ha bisogno, lo ha sempre avuto, specie quando si tratta di personale politico. Ma gli è che finché i Panerai e i maghi come lui della scienza (applicata) finanziaria ci danno lezioni di come si fanno “i danee” a noi poveri mortali per i quali finanza ed economia non hanno ancora trovato un Grande Fratello che ci faccia sbirciare sul serio dentro gli affari degli Dei, è un conto. Quando però ci danno la sensazione di fotterci all’ingrosso, la brutta sensazione, cioè, di speculare sulle spalle del popolo, uno comincia chiedersi se morale, giustizia e competenza servono solo a imbonimento del volgo o tutt’al più, per scaricare tutti i mali sul parafulmine del capitalismo cattivo Cavalier Silvio Berlusconi. Un esempio? Su MF di sabato 23 settembre, prima leggiamo in editoriale il pistolotto sulla competenza, serietà, eticità che esigerebbe il moderno approccio a Piazza Affari, poi, all’interno, pag. 18, l’elogio della performance del secondogenito di Carlo De Benedetti, Rodolfo, amministratore delegato della Cir, che con un giochetto in cui ovviamente sono stati esclusi solo la gran massa dei risparmiatori (fortuna vuole che proprio lo scorso anno Rodolfo cambiasse il suo piano stock-option, legandolo non più alle azioni Cir ordinarie, ma a quelle al risparmio: ed ecco il 13 settembre scorso la decisione del Cda di Carlo De Benedetti di convertire le azioni Cir di risparmio in ordinarie alla pari e senza ricorso al conguaglio) – passa all’incasso, lui, Massimo Segre (amico di papà Carlo) e i suoi dieci fedelissimi dirigenti Cir, di complessivi (miliardo più miliardo meno) cinquanta miliardi di plusvalenze. Avete capito? Noi a sbranarci sull’antifascismo, loro a fare gli imprenditori con i soldi del popolo. Sinistra e destra secondo la lezione dei nuovi guru, modello Panerai e Colannino.
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