Noi siamo in prima linea

Di Arrigoni Gianluca
28 Luglio 2005
L'IRAK E' OGGI PIU' LIBERO, NONOSTANTE GLI ATTENTATI, LE COMPLICITA' SIRIANE, IL SENTIMENTALISMO PACIFISTA, LE PAVIDITA' ZAPATERE EUROPEE. PARLA ABDULKRIM HASHIM, LEADER DELLO SCIRI E AMBASCIATORE IRACHENO A MOSCA

Parigi. Abdulkrim Hashim, iracheno, 46 anni, è stato rappresentante in Francia dello Sciri (Supreme Council of the Islamic Resistance in Iraq), la più importante organizzazione politica e religiosa degli sciiti iracheni. In quella veste fu intervistato da Tempi nel 2003 proprio qualche giorno dopo che il suo leader, l’ayatollah Muhammad Baqir Al-Hakim, era morto a Najaf, vittima di un attentato che uccise più di 70 persone. Da allora molte cose sono cambiate in Irak, ma sono proseguite le stragi di innocenti civili iracheni per mano dei terroristi. Oggi Abdelkrim Hashim ha cambiato ruolo ed è entrato far parte del nuovo governo iracheno, nominato il 20 luglio 2004 ambasciatore in Russia.
Può darci una sua valutazione globale della situazione in Irak?
Dalla caduta di Saddam Hussein, nonostante gli attentati, ci sono stati degli enormi progressi, politici ed economici. La vita quotidiana degli iracheni è migliorata. La scorsa settimana, in Giordania, nel corso di una conferenza internazionale che ha riunito i paesi che sostengono finanziariamente l’Irak, il ministro irakeno delle Finanze ha dichiarato che nel 2004 il Pil è aumentato del 28 per cento e per il 2005 prevede un ulteriore aumento compreso tra il 10 e il 15 per cento. Oggi in Irak c’è più libertà. Io, per esempio, che sono a Mosca, posso guardare una decina di canali televisivi satellitari irakeni, tutti privati. Due anni fa c’era solo la televisione di Saddam Hussein. Anche il consolidamento delle istituzioni procede come previsto. A gennaio gli irakeni hanno eletto un Parlamento che a sua volta ha scelto i componenti dell’attuale governo, che funziona sulla base di una Costituzione provvisoria che nelle prossime settimane sarà sostituita da una nuova Costituzione, elaborata da una commissione costituente. Le elezioni del nuovo Parlamento, il 15 dicembre di quest’anno, concluderanno questo processo istituzionale grazie al quale gli irakeni usciranno da quello che, in fondo, è stato un periodo di transizione estremamente breve. Questo detto, non si può negare che, purtroppo, in Irak ci siano degli enormi problemi di sicurezza.
Solo pochi giorni fa tre membri della commissione costituente sono stati uccisi. I problemi di sicurezza non rischiano allora di ritardare o addirittura di compromettere il processo istituzionale?
L’Irak, come molte altre nazioni, deve far fronte al terrorismo, ma c’è un’importante differenza: noi siamo in prima linea. Le elezioni di gennaio hanno dato un’Assemblea non completamente rappresentativa, e questo perchè una parte della popolazione, gli arabi sunniti, non hanno potuto esprimersi liberamente a causa delle minacce dei terroristi. Malgrado questo, il Parlamento non ha lasciato fuori dal Governo quella parte essenziale del popolo iracheno, e degli arabi sunniti rappresentativi sono stati chiamati a far parte della commissione costituente. Sui 72 membri della commissione infatti, 15 sono arabi sunniti.
Una partecipazione che però, dopo l’assassinio di tre membri dela commissione, tutti arabi sunniti, ora sembra sia stata rimessa in discussione.
Non è proprio così. Quello che si deve capire è che queste persone, fin dall’inizio, sono state minacciate di morte dai terroristi, che li considerano come dei collaboratori del “nemico”. In altri termini, quegli stessi terroristi che con le loro minacce hanno impedito agli arabi sunniti iracheni di esprimere liberamente il loro voto sono gli stessi che hanno minacciato di morte i rappresentanti degli arabi sunniti della commissione costituente. Ed è questa cosiddetta “resistenza” ad aver assassinato i tre membri della commissione. Per protestare contro i terroristi, altri quattro rappresentanti degli arabi sunniti non hanno dato le dimissioni, come si è scritto, ma hanno solamente sospeso la loro partecipazone alla commissione, i cui lavori sono comunque praticamente terminati.
Hanno protestato anche perchè considerano che il ministero degli Interni non garantisce loro la necessaria sicurezza.
Solo nelle ultime settimane sono stati centinaia, gli iracheni vittime dei terroristi. Il problema non viene quindi da una mancanza di volontà politica del ministero degli Interni ma da una reale difficoltà.
Questa difficoltà nell’arginare la violenza dei terroristi crede possa degenerare in una guerra civile, come scrivono alcuni commentatori?
L’obiettivo dichiarato dei terroristi, la guerra civile, è già fallito, grazie ai dirigenti e al popolo iracheno che hanno saputo reagire a questo complotto, sostenuto da forze esterne all’Irak.
A chi si riferisce?
La maggior parte dei terroristi hanno partecipato attivamente all’ex regime di Saddam Hussein. Hanno perso i loro privilegi ma ancora oggi dispongono di enormi risorse finanziarie e di molte armi. Queste persone hanno fatto una diabolica alleanza con dei gruppuscoli legati ad Al Qaeda. Dei salafisti, degli integristi che vengono da molti paesi, compresi quelli europei. Per rispondere alla sua domanda, le posso dire che le autorità irachene hanno più volte segnalato a quelle siriane che dei terroristi vengono addestrati sul loro territorio e che degli ex responsabili del regime di Saddam risiedono, o risiedevano, in Siria. Nonostante le continue promesse di collaborazione, di risultati pratici non ce ne sono.
Veniamo agli attentati di Londra, e alla tesi che vuole quegli attentati legati direttamente alla guerra in Irak e alla presenza di truppe britanniche nel vostro paese. Lei condivide questo punto di vista?
Assolutamente no. Chi lo sostiene fa il gioco dei terroristi, che non hanno colpito solo i paesi che hanno dei soldati in Irak ma anche la Turchia, che aveva rifiutato il passaggio sul suo territorio dei soldati americani diretti in Irak, causando seri problemi alla coalizione. Ad essere colpita è stata anche l’Indonesia, a Bali, nonostante sia il popolo che il governo indonesiano fossero contro la guerra in Irak. Va tenuto presente che il progetto dei terroristi è stato elaborato prima di questa guerra. Chi unisce le due cose fa un’analisi semplicistica.
A proposito del progetto dei terroristi, come sa c’è polemica, particolarmente in Europa, sul fatto che a farsi esplodere siano dei musulmani convinti di sacrificarsi per la gloria dell’islam.
Non si può certo negare che quei terroristi siano dei musulmani, ma la loro è una visione sbagliata dell’islam, la cui storia ha spesso visto dei piccoli gruppi dare una loro particolare interpretazione cercando poi di imporla agli altri. Ci si deve opporre a questa deriva. Non per criticare gli altri ma solo per evitare ambiguità, vorrei ricordare che gruppi così sono presenti in tutte le ideologie e che non molto tempo fa l’ideologia dei terroristi era quella marxista-leninista. Oggi purtroppo il terrorismo internazionale ha come ideologia una certa visione sbagliata, perversa dell’islam. Questa ideologia, e la sua applicazione, nuoce direttamente e indirettamente innanzitutto agli stessi musulmani. Direttamente perchè sono molti, i musulmani morti a causa degli attentati, e non solo in Irak. Un’altra conseguenza, indiretta, è che si crea un forte disagio tra i musulmani e le altre comunità. Ogni musulmano deve quindi condannare questa ideologia.
Il problema è che la condanna non sembra unanime.
Sono stati migliaia, gli ulema e i rappresentanti dell’Islam che nel mondo hanno condannato quell’ideologia che porta dei musulmani ad uccidere in nome dell’islam. Ma, come lei dice, è vero che la condanna non è unanime. Succede così che in Europa, dove ci sono dei reali problemi tra gli immigrati e quindi anche tra i musulmani, per ragioni diverse ci sia un profondo malessere, del quale sa approfittare chi diffonde questa ideologia distruttiva.
Tornando all’Irak, alcuni dirigenti politici italiani sostengono che, nell’interesse del vostro paese, i soldati italiani devono essere ritirati.
Dal punto di vista pratico, dato l’equilibrio delle forze nel paese e il mantenimento del processo politico e istituzionale, un ritiro dei soldati italiani non cambierebbe assolutamente nulla. Però quelli che chiedono il ritiro, magari convinti di impedire degli attentati nel vostro paese, si sbagliano. Il ritiro infatti non potrebbe che essere considerato dai terroristi come una vittoria, e questo sarebbe dare loro indirettamente un sostegno. Anche qui, vorrei ricordare che Giuliana Sgrena, nonostante fosse una “simpatizzante” della cosiddetta resistenza, è stata comunque una vittima dei terroristi. Per questo le dico che nella sua lotta contro il terrorismo il popolo irakeno ha bisogno dell’aiuto di tutti gli uomini di buona volontà, e che un italiano onesto, un europeo onesto, o più semplicemente un uomo onesto non può sottrarsi a questa lotta, il cui risultato non sarà importante solo per il mio paese.
A questo proposito, come vede l’avvenire per il popolo iracheno?
Adamo e Eva erano in Irak. Abramo era in Irak. Il nuovo ordine mondiale è cominciato in Irak, con la prima guerra del Golfo. Questo vuol dire che è dall’Irak che spesso vengono dei cambiamenti fondamentali. Mi piace pensare che anche questa volta è dall’Irak che possono venire dei profondi cambiamenti, positivi per tutto il Medio oriente. Quello che sta succedendo in Irak annuncia l’inizio della fine di un certo modo di governare, presente in tutta la regione, ed è proprio quello che qualcuno non vuole. Sono sicuro che gli integralisti non riusciranno a impedire questo necessario cambiamento.

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