In nome del prinicipio di equità

Di Togni Paolo
11 Gennaio 2007

La Costituzione definisce con chiarezza il principio della capacità contributiva (chi più ha più deve contribuire alle spese dello Stato), dal quale discende la giusta conseguenza della progressività delle imposte. Si tratta di un sacrosanto principio di equità. Un altrettanto importante principio, di equità oltre che di buona amministrazione, è quello per il quale il gettito fiscale deve provenire in misura maggiore da coloro che, con i loro comportamenti, determinano per lo Stato una maggior necessità di spesa.
L’organizzazione del nostro bilancio, da questo punto di vista, è assolutamente insoddisfacente: la composizione della spesa, infatti, è considerata solo in base all’uso finale dei cespiti, senza tener conto delle cause che hanno determinato la necessità di sostenere la spesa finanziata con la singola voce. Con brutta parola di uso corrente, possiamo dire che l’origine dei costi non viene esternalizzata. Essendo chiaro che un bilancio tanto più è corretto quanto più rappresenta in modo chiaro, preciso e rispondente a verità l’origine e la destinazione delle sue poste, ne risulta che il nostro bilancio è approssimativo e poco chiaro: di conseguenza poco utile a ben amministrare.
Questo vale in maniera particolare per quanto riguarda le cause ambientali che stanno alla base della spesa pubblica. Per esempio: quanto spende lo Stato per far fronte alle malattie causate da fattori ambientali? A questa domanda nessuno sa dare risposta. Equità e giustizia vorrebbero invece che coloro i quali con i loro comportamenti ambientalmente scorretti determinano malattie, quindi costi per lo Stato, fossero chiamati a contribuire alla spesa pubblica in misura maggiore rispetto a coloro che non determinano gli stessi danni. Una revisione delle imposte ispirata a questo principio dovrebbe avvenire, beninteso, a entrate costanti, cioè senza aumento della già eccessiva pressione fiscale: il che potrebbe essere realizzato articolando i carichi fiscali, all’interno dello stesso settore di attività, in modo tale da far pagare meno tasse a chi si comporta in modo ambientalmente corretto, caricando l’importo dello sconto a chi lo è meno. Mi sembra che questo, e non la classificazione delle spese secondo la destinazione, debba costituire l’ossatura di una vera contabilità ambientale.

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