Non assisteteci
«C’è Elena, una ragazza down, che, presa per mano da bravi educatori fin da quando frequenta le elementari, dopo le scuole medie trova un posto in un istituto professionale dove lavora in segreteria. Poi c’è un’altra ragazza, anche lei affetta dalla sindrome di down, che è stata scelta come animatrice in un centro di aggregazione a Magnago. Ma ci sono anche ragazzi come Valerio, un violento, che appena adolescente ha già a suo carico denunce per furti e un lungo curriculum di risse delle quali poi si vanta con gli amici. Incontrato dopo molti anni, mentre aspetta di iniziare un lavoro in una grande azienda, ringrazia il suo educatore per tutte le volte che lo ha rimproverato facendogli intravedere una strada alternativa a quella della violenza. Sono storie di disagio e di bisogno, ma sono anche storie di redenzione. Sono richieste di aiuto talvolta urlate altre volte soffocate, e sono anche braccia forti tese in un abbraccio. «Storie in cui è la tenerezza dell’approccio a dettare il passo di un percorso educativo e di assistenza che col tempo ha sempre portato i suoi frutti. Mi fermo qui però a raccontare perché altrimenti andrei avanti per ore. Sa, la nostra impresa compie oggi 20 anni».
A parlare a Tempi è Fabrizio Saporiti, responsabile settore minori di City Service, una cooperativa sociale ad “alta intensità lavorativa” con numeri di media azienda che, nata come cooperativa di lavoro per affrontare il problema della disoccupazione giovanile, si occupa di progettazione e gestione di servizi socio-assistenziali ed educativi per minori, di centri ricreativi diurni, di servizi di assistenza all’handicap e ai disabili, di servizi di ausiliariato. Interloquisce con circa 60 amministrazioni comunali in diverse Regioni, soprattutto Lombardia, Piemonte e Veneto. Associata dal 1989 alla Compagnia delle Opere Alto Milanese «abbiamo a che fare con una doppia umanità: quella dei minori e dei disabili che si rivolgono a noi e quella dei circa 600 dipendenti, molti dei quali lavorano qui dall’inizio, impegnati in progetti educativi di sostegno che attualmente seguono circa 350 casi di disagio fisico, psichico e pedagogico» continua Saporiti.
«Questo durante l’anno scolastico, mentre nel periodo estivo nei centri ricreativi diurni estivi lavorano 800 persone circa» precisa Roberto Rizzi responsabile del settore centri estivi. «Ci terrei a sottolineare che noi lavoriamo principalmente attraverso gare di appalto indette dalle amministrazioni comunali: attualmente abbiamo servizi in appalto che durano ininterrottamente da 19 anni. Fatto assai raro per realtà come la nostra». Che testimonia di come City Service faccia davvero la differenza portando valore aggiunto in un settore come quello del sociale che ne ha bisogno, ma per il quale luoghi comuni e approssimazioni si sprecano. Ce lo spiega bene il presidente di City Service e del Css (Consorzio servizi sociali, nato da City Service e da altre cooperative sociali dell’Alto Milanese), Daniele Giani: «Da quando siamo nati, con l’idea di creare opportunità di lavoro per i giovani, non abbiamo mai trascurato un aspetto fondamentale del fare impresa, e impresa sociale, sul serio: mettere al centro la persona».
Costruire ciò che si desidera
Poi il target di riferimento si è allargato ai minori e ai disabili. Educazione e assistenza: questo significa mettere al centro la persona? «Non esattamente», continua Giani. «Per prima cosa significa avere attenzione a noi che lavoriamo, alla nostra origine e allo scopo per cui siamo nati: condividere i bisogni delle persone che si rivolgono a noi, a 360 gradi. Mettiamo al centro la persona, cioè quella che incontriamo, condividendone i bisogni che possono essere del lavoro, della compagnia, dell’educazione o altri ancora. Tutto questo viene prima dell’assistenza, è la condizione senza la quale l’assistenza non si verifica. Diversamente sarebbe assistenzialismo». Cosa fa allora davvero la differenza? «Il fatto che noi contribuiamo alla costruzione di un bene comune e che attraverso questo nostro impegno si fa evidente ciò che uno è e ciò che desidera, per sé e per gli altri. Ma la strada la detta un metodo che per noi è quello tracciato dalla dottrina sociale della Chiesa».
Il boomerang della qualità
«È la tenerezza nell’approccio con chi ti sta di fronte, ripeto, è il farsi davvero carico delle sue esigenze che fa la differenza, per la sua vita, ma anche per la nostra e per il nostro tipo di lavoro» interviene Saporiti. «Tanto che io faccio fatica a non immedesimarmi, a non portarmi a casa tutto quel carico di sofferenza… adesso per esempio sto pensando a un bambino che stiamo seguendo e che è malato di artrogriposi, una malattia che deforma il corpo causando contratture multiple alle articolazioni. Essendo congenita e rara è una patologia molto complessa da curare, noi ci limitiamo ad accompagnare questo bambino dal viso dolcissimo standogli vicini come possiamo».
È in questo modo che, come precisa il presidente Daniele Giani, viene riempito di senso un termine abusato: solidarietà. «Perché di fronte a un bisogno se non lo si può risolvere non resta che condividerlo. Eppure spesso anche questo ci è reso difficile, soprattutto quando l’incombenza dell’ente pubblico, che dice cosa dobbiamo fare e come, si fa pressante. Il problema è che le amministrazioni pubbliche, anche di fronte ai risultati positivi che noi portiamo, non delegano, tanto che spesso l’alto livello qualitativo dei servizi proposti diventa un boomerang che ci si ritorce contro. Ci siamo sentiti dire che con l’aumento della qualità, aumentano anche le persone che si rivolgono ai nostri centri e così i costi per l’amministrazione pubblica lievitano». Quindi? «Quindi paradossalmente ci vuole un freno, alla qualità del servizio. Ritengo che sia sempre più necessario e urgente un cambiamento culturale che finora si è verificato molto raramente. Tuttavia sono ottimista perché rimango convinto che questi siano anni di passaggio e che un approccio corretto alla persona e la qualità alla lunga siano vincenti».
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