Non c’è pace senza negoziato
Chiamatelo pure bastian contrario, dategli se volete dell’idealista, ma padre David Jaeger, francescano israeliano e commentatore tra i più ascoltati delle vicende della Terra Santa, ha le sue convinzioni e non si smuove: «Il punto non è un accordo fra Israele e i paesi confinanti sulla testa dei palestinesi, e nemmeno un mandato alla Lega Araba per la gestione dei territori e del negoziato. Il punto è dedicarsi ai negoziati per davvero, cosa che dopo il 1993 non è stata più fatta». Riferiamo a padre Jaeger i contenuti della nostra intervista ad Hanna Siniora e dell’articolo di Giorgio Israel e Giuliano Ferrara apparso sul Foglio del 27 maggio, intitolato “Come e perché è morta la questione palestinese”. Il primo propone di delegare alla Lega Araba tutta la questione palestinese per arrivare alla pace e poi all’unione federale della Palestina indipendente coi paesi vicini, i secondi propongono lo stesso percorso ma senza passare per una dichiarazione d’indipendenza palestinese. Jaeger non è d’accordo né con l’uno né con gli altri. «Sono discorsi campati per aria», sbotta. «Il problema non è la forma dello Stato palestinese: questa la decideranno i palestinesi. Il problema è porre fine all’occupazione. L’accordo di massima fra Israele e Olp è stato raggiunto nel 1993, sulla base del principio che i palestinesi riconoscono la perdita definitiva del 78 per cento del territorio da loro storicamente rivendicato. In forza di questo Israele rinuncia all’occupazione. Poi i palestinesi decideranno cosa fare del loro rimanente territorio». Jaeger non condivide la posizione di chi giudica la parte palestinese incapace di portare avanti un vero negoziato con Israele: «Come si fa a dire questo se il negoziato non è mai cominciato? Il presidente dell’Olp lo invoca costantemente, e non gli viene risposto».
Quanto alla Lega Araba, Jaeger dice che «ha rinunciato alla sua posizione intransigente di un tempo, quando rifiutava ogni riconoscimento a Israele: dal marzo 2005 dice che qualora Israele concluda la pace coi paesi confinanti, questo porterà alla normalizzazione dei rapporti con tutti i paesi arabi. Ma la pace deve essere conclusa bilateralmente con Siria, Libano e palestinesi. Siriani e palestinesi vogliono negoziare con Israele, i libanesi seguiranno la Siria. Si tratta solo di avviare negoziati formali, magari nel quadro di una conferenza di pace regionale come quella di Madrid. La Lega araba oggi ha un ruolo positivo, ma non può sostituire le parti in causa. Se continua l’espansione delle colonie israeliane nei territori, non ci sarà più spazio per uno stato palestinese né per un protettorato arabo su territori palestinesi. Non si potrà porre fine all’occupazione. Non si potranno firmare trattati di pace che assicurino pari dignità e sicurezza a tutte le nazioni coinvolte».
Per Siniora l’ingresso di Hamas nell’Olp faciliterebbe la pace, ma Jaeger, al contrario, crede che «il negoziato è urgente perché se Hamas entra nell’Olp tutto diventa più difficile. Attualmente la competenza del negoziato con Israele spetta all’Olp, e non all’Anp del cui governo Hamas è a capo. Se arriviamo a un accordo equo e ragionevole ora, esso verrà sottoposto al voto di un referendum popolare palestinese che senza dubbio lo approverà, e Hamas sarà tagliata fuori dai giochi. Se aspettiamo ancora, Hamas accetterà di entrare nell’Olp e condizionerà pesantemente il negoziato».
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