Non ci servono umili, ma dubbiosi

Di Berlicche
06 Settembre 2007

Mio caro Malacoda, sono reduce da Loreto dove ho gironzolato molto tra i giovani convenuti. Mi sono goduto lo spettacolo, un po’ meno i discorsi del Papa. Ho visto che ti sei dato già da fare per orientarne l’interpretazione sui giornali sfruttando l’allarme per il “mondo da salvare prima che sia troppo tardi”, era giusto farlo, ma era scontato, era ovvio, era sin troppo facile. Che il mondo vada salvato mi sembra la cosa più normale che possa dire il portavoce di un Dio che s’è fatto uomo “per salvare il mondo”. Ma vorrei che tu ti applicassi con un po’ più di serietà e di profondità al vero tema dell’omelia di Benedetto XVI e ai suoi diretti fruitori, i giovani. So che apparire sulla stampa ti dà grandi soddisfazioni, le procura anche ai nostri nemici, ma il vero lavoro nel quale i migliori di loro sono impegnati e nel quale devi profondere al massimo le tue energie, è quello che si applica direttamente agli interessati. La stampa aiuta, ma non sostituisce il processo personalissimo della convinzione che si attua in ognuno di loro: per entrare in quel meccanismo bisogna agire sui loro educatori.
E vengo al dunque. Il Papa ha parlato di umiltà, ne ha parlato come di una virtù frutto del coraggio e non della rinuncia, l’ha descritta come la virtù propria del Nostro Nemico. Ha infine invitato i giovani a essere così umili da avere il coraggio di andare “controcorrente”. Qui dobbiamo intervenire noi, in modo da renderli talmente umili da non accorgersi di essere trascinati dalla corrente. Basta spostare la virtù dell’umiltà dall’organo dell’ambizione a quello della convinzione, bisogna che l’umiltà, invece della condizione per il pensare in grande, diventi il tarlo del pensiero. L’umiltà va usata come grimaldello per evitare al giovane ogni tipo di certezza, scambiando tra loro di posto le opinioni personali e la verità che si incontra, fossero anche solo le tabelline. Il risultato alla fine, vedrai, sarà il rifiuto di ogni evidenza e l’arroccamento nelle proprie sensazioni.
Per ottenerlo ti basterà separare l’umiltà dalle altre virtù, in primis da quella che le tiene insieme tutte, la ragionevolezza. Se l’umiltà, nelle intenzioni del Papa, è uno sprone che impedisce all’uomo di fermarsi nella ricerca della verità, tu lo dovrai usare come il freno che vieta persino l’ambizione di apprendere la verità. Insomma, devi usare la categoria dell’umiltà come abbiamo lungamente fatto (e con profitto) con quella del dubbio. Ciò che può essere un risultato deve diventare una premessa. Il dubbio può sopraggiungere come il risultato di una ricerca, esattamente come l’umiltà consiste nel nutrire ragionevoli dubbi sugli esiti dei propri sforzi. In questo caso l’uomo che dubita di se stesso ma non della verità si impegnerà di più, moltiplicherà gli sforzi, non si arrenderà, aggiungerà alla virtù dell’umiltà quella dell’indomabilità. E per noi sarà una sconfitta. L’uomo invece che pone il dubbio come criterio della ricerca, l’uomo che non dubita dei suoi mezzi ma dei suoi fini, ha un’ottima scusa per non lavorare più. E l’uomo in pace con se stesso, ricordalo, è la nostra più grande vittoria. Datti da fare.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche

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