Non difendiamo gli irresponsabili
Gioacchino Natoli è uno dei più celebri e importanti magistrati italiani. Negli anni Novanta, da sostituto procuratore del tribunale di Palermo, fu magistrato di punta nel pool antimafia di Giancarlo Caselli. Ha poi ricoperto la carica di consigliere del Csm e, secondo la pubblicistica anticaselliana, ha avuto un ruolo nel pantheon degli “intoccabili”, o “professionisti dell’antimafia”. Membro influente dell’Anm, è stato tra i fondatori del Movimento per la giustizia (corrente sindacale in seno all’Associazione nazionale magistrati, nata da una scissione a sinistra di Unicost nel 1988) e, insieme al procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, ne è a tutt’oggi uno dei rappresentanti più autorevoli. Attualmente è presidente di Corte d’Assise del tribunale di Palermo.
Dottor Natoli, partiamo dalla cronaca. Nella sua lettera di dimissioni dall’Associazione nazionale magistrati, Luigi De Magistris ha accusato l’Anm di essere un’organizzazione che difende gli interessi di una “casta”. La magistratura come la politica?
Per ovvi motivi di correttezza, in questa fase in cui la vicenda disciplinare del caso De Magistris è ancora in itinere, preferirei non esprimere alcun giudizio. Certo è, però, che definire “casta” la magistratura non è affatto corretto né pertinente. La magistratura è solo ciò che la Costituzione dice che deve essere. Cioè, un ordine autonomo e indipendente da tutti gli altri poteri dello Stato. Non credo assolutamente, perciò, che il comportamento di un magistrato che interpreti correttamente questa funzione, attribuitagli solo ed esclusivamente in ragione del principio di uguaglianza tra tutti i cittadini davanti alla legge, possa mai essere inteso come “privilegio”. Perché questo è il concetto al quale allude chiaramente chi usa il termine “casta”. Ma, ripeto, io parlo solo dei comportamenti che siano “fisiologicamente” corretti. E, come le immunità che spettano ai parlamentari non devono far dire che chi correttamente ne usi appartiene ad una “casta”, così le guarentigie che l’ordinamento giuridico prevede per la magistratura non sono privilegi ma strumenti di tutela dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Resta possibile, comunque, che il comportamento del singolo magistrato sia tale da indurre il cittadino a ritenere che egli abusi delle garanzie poste a tutela dell’esercizio indipendente e autonomo delle sue funzioni. Ma, in tal caso, si tratterà eventualmente di censurare la condotta di quel magistrato esclusivamente come singolo, non come appartenente a una “casta”. Bisogna saper distinguere sempre, infatti, tra princìpi generali e responsabilità individuali connesse ad un possibile abuso riferito al comportamento di ciascuno di noi. Sono princìpi giuridici basilari, oltre che di buon senso, che si apprendono sui banchi dell’università.
A proposito di principio di responsabilità. Nel comunicato Anm del 19 gennaio scorso, relativo agli attacchi mossi dall’ex ministro Clemente Mastella alla magistratura, colpisce positivamente che, oltre all’inequivocabile condanna di ogni delegittimazione del potere giudiziario, compaia anche un forte richiamo al «principio di responsabilità dei singoli e il dovere di responsabilità».
Certo, il giusto contrappeso di questa forte richiesta della magistratura associata di non delegittimare il potere giudiziario deve essere evidentemente il principio di responsabilità personale. Diversamente, sarebbe fondata l’accusa di appartenere ad una “casta”. Se io pretendessi di esercitare la mia funzione indipendentemente dalla mia responsabilità personale, e volessi sempre essere appoggiato ex ante dall’Anm, questo sì che sarebbe un inaccettabile privilegio corporativo.
Si può dire che l’Anm intende la difesa dell’indipendenza della magistratura non come difesa aprioristica, generale, astratta di una corporazione, ma come difesa di una magistratura responsabile e professionale?
Esattamente. Si può difendere solo ed esclusivamente chi, nei fatti, dimostri di obbedire a queste due stelle polari: responsabilità e professionalità.
Lo scorso novembre siete andati divisi al rinnovo dei vertici dell’Anm, la giunta è stata eletta solo da Unicost e così lo stesso presidente, Simone Luerti. Il quale vi ha comunque promesso di «lavorare per l’unità». Secondo lei ci sta riuscendo?
Quello che come Movimento per la giustizia richiediamo, da sempre, è l’assoluta coerenza tra i princìpi proclamati e le prassi quotidianamente praticate. Il punto che ci differenzia, e sul quale però siamo assolutamente disponibili a ricongiungerci con chicchessia, è proprio questo. Quindi, il mio auspicio è che nel più breve tempo possibile tutte le componenti ideali che formano l’Anm applichino quotidianamente questi princìpi, nei quali a parole dicono di riconoscersi. Il vero problema è che l’indipendenza, l’autonomia e la correttezza deontologica siano espresse concretamente dalla magistratura ad ogni livello di intervento.
Il suo ragionamento è impeccabile. Però, stando ai fatti, noi assistiamo da anni a una specie di cortocircuito della giustizia. Intercettazioni che finiscono puntualmente sui media e processi il cui concreto svolgersi nelle aule giudiziarie diviene indifferente, nella misura in cui le sentenze sono già state scritte su giornali e tv. Non avverte anche lei l’urgenza del ristabilimento di un minimo di civiltà giuridica in Italia?
Certamente. È un problema gravissimo con il quale ci stiamo confrontando da una quindicina d’anni. Bisogna essere estremamente rigorosi nel pretendere il rispetto delle regole, perché le regole sono la sostanza del processo e vanno perciò rispettate indipendentemente dal loro contenuto valoriale. La pietra angolare del processo è il rispetto delle regole e delle forme. È chiaro, quindi, che le notizie di un’indagine non vanno anticipate ai media. E questo è il primo obiettivo che io, da magistrato, devo salvaguardare e tutelare ad ogni costo. Probabilmente, però, bisognerà anche ridisegnare il sistema nella sua impostazione generale. Alla luce dell’esperienza, infatti, il numero di persone che legittimamente vengono a conoscenza dell’esistenza di un provvedimento, prima che esso venga eseguito, è estremamente ampio. Ma ciò non toglie, comunque, che come magistrato devo essere in condizione di poter dimostrare a chiunque che in concreto, tutti i giorni, ho posto in essere il massimo delle cautele non solo esigibili ma anche ipotizzabili.
Le intercettazioni sono uno strumento di indagine formidabile. Ma producono anche effetti devastanti quando vengono sbattute sui giornali e coinvolgono persone che magari non c’entrano nulla con le indagini. Non si potrebbe limitarne l’uso? Non le sembra che una giustizia appena appena decente, non abbia bisogno di storie come le cosiddette “vallettopoli” e “calciopoli”?
L’ambito di utilizzabilità di uno strumento così invasivo della sfera di libertà di ciascuno di noi dev’essere eventualmente delimitato da chi, nel nostro sistema costituzionale, è chiamato a deciderne la perimetrazione, cioè dal potere legislativo. Noi magistrati, sulla base dell’esperienza sul campo, possiamo solo dire che per il perseguimento di certi reati – a cominciare dai reati di mafia, ma non solo per i reati di mafia – lo strumento dell’intercettazione è fondamentale. Ciò detto, ripeto, spetta al parlamento fare le leggi e determinarne l’ambito di applicazione.
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