Non dimenticate il grande lavoro di noi infermieri
Sono Emanuela, lavoro dal 1983 prima come Infermiera poi come Ostetrica e lavoro in ambito oncologico dal 1994.
Voglio parlare, essendo infermiera, di quello che mi riguarda, ma senza escludere l’importanza che oggi ha il valore della collaborazione con le altre discipline, compresa quella medica, per garantire sicurezza e qualità di cure della persona.
Questa emergenza Covid ha ben messo in rilievo l’importanza che ha un numero adeguato di personale infermieristico dedicato per garantire una “giusta” assistenza.
Ci si è resi conto con maggiore chiarezza, che gli organici erano già in partenza insufficienti a coprire le normali attività e lo sono stati ancora di più per il fabbisogno di cure necessarie a rispondere a questa inattesa pandemia. A tutt’oggi ho amici che lavorano in reparti Covid. Sono stremati perché devono coprire turni che non consentono riposi compensativi dato lo scarso numero di infermieri in servizio, oltre ad un carico emotivo cui sono sottoposti che non ti consente di “staccare la spina”. A questo si aggiunge “incertezza” sulle modalità corrette di gestione (percorsi Covid e non Covid) legate a procedure che ogni giorno si modificano. Personalmente passo le ore libere a leggerle.
Per il ruolo che rivesto come coordinatrice, ma soprattutto, siccome sono infermiera, vengo quotidianamente chiamata da amici, conoscenti, parenti per potere dare supporto almeno telefonicamente a chi è stato dimesso a casa dopo un ricovero per Covid o a chi è a casa con patologie croniche come possono essere diabete, cardiopatia e altre problematiche. Mi chiamano perché i loro medici curanti non riescono a rispondere alle numerose richieste che ricevono e per la paura che hanno di essere contagiati.
Vorrei recarmi a domicilio, quando posso, per potere supportare le numerose richieste che mi giungono, ma le limitazioni legate agli spostamenti e il fatto stesso di lavorare in una struttura ospedaliera, me lo impediscono.
Aggiungo l’esperienza personale di avere due genitori anziani. Mio padre ha 94 anni e da circa 10 anni è in carrozzina e necessità di tutto, mia madre ha 84 anni, è ancora autonoma ed è per lui un punto di riferimento. Per mia fortuna sono un’infermiera e pur non potendomi recare da loro da quando è iniziata la pandemia, riesco a gestire la loro situazione, con quella che è una vera e propria consulenza telefonica, l’aiuto di una badante e di mio fratello che non lavora da circa un mese.
Le considerazioni rispetto a quanto descritto riguardano:
1. l’essere considerati “eroi” allo sbaraglio. Quando tutto questo finirà che fine faranno questi eroi?
2. torneremo a lavorare con gli stessi numeri di infermieri come prima, partendo da un numero già insufficiente, per rispondere all’infinito bisogno che è la persona se vogliamo trattarla come tale?
3. la medicina di territorio come verrà potenziata? Siamo veramente convinti che il medico di medicina generale può fare tutto da solo?
Il mio parere di persona che lavora in “trincea” da quasi 40 anni, del popolo e della gente comune è che il territorio necessiti di un approccio multidisciplinare ben definito e differenziato per conoscenze e competenze. Per quanto mi riguarda, l’infermiere oggi con la formazione universitaria ormai attiva dal 2000, possiede una potenzialità di autonomia nell’esercitare la propria professionalità e una possibilità di contribuire a risultati effettivi di salute, che non è stata ancora riconosciuta. Tra l’altro in numerosi casi, l’infermiere sul territorio rappresenta già il professionista di riferimento per interi nuclei familiari.
Come più volte detto in questi giorni drammatici dai mass media, in tutta Italia ci si è accorti che gli infermieri rappresentano, certo insieme a medici e ad altri professionisti, quella professionalità fatta di conoscenze scientifiche e competenze tecniche, ma anche di generosità, umanità e solidarietà necessari per svolgere un così delicato lavoro di servizio la cui necessità non finirà con l’affievolirsi dell’epidemia Covid.
Per terminare voglio sollevare due ultime questioni che sono lo specchio di quanto un ambito sociale riconosce o meno una professione.
Oggi un infermiere inizia il suo percorso lavorativo con uno stipendio di circa 1500 euro e questa è anche la somma con cui può terminare la sua professione, andando peraltro a determinare nello stesso modo quello che sarà l’ammontare della sua più che esigua pensione. Tanti infermieri preparati e competenti ad esempio se si traferiscono nelle aree urbane per lavorare, si trovano a pagare affitti e a sostenere spese che non consentono di vivere, e devono ricevere supporto, ove possibile, dalle famiglie di origine. Le stesse considerazioni si possono fare per quello che può essere uno sviluppo di carriera o alla possibilità di svolgere attività libero professionale.
Se si pensa alle stesse tematiche, viste questa volta in ambito medico, la situazione è ben diversa, sia come livelli remunerativi, sviluppi di carriera e possibilità di attività libero professionale. Eppure non solo l’attuale emergenza, ma anche la letteratura scientifica e lo stato di sviluppo dei più moderni sistemi sanitari riconoscono ormai che la salute non è un risultato “monoprofessionale”!
Le mie considerazioni non vogliono essere delle rivendicazioni sindacali ma al tempo stesso desidero precisare quanto sia importante rivalutare bene spazi di competenza e autonomia per tutte le componenti che intervengono per il raggiungimento di obiettivi di sicurezza e qualità della cura per le diverse esigenze di salute e assistenza che la nostra popolazione esprime.
Grazie per l’attenzione
Emanuela D’Anna
Foto Ansa
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