Non dirgli cosa fanno i soldati in vita

Di Berlicche
29 Novembre 2007

Mio caro Malacoda, ricordati che siamo diavoli e che la morte è il nostro pane quotidiano. Non illuderti, non siamo noi a darla, ma siamo quelli che ne possono trarre il maggior giovamento. La morte è la cosa più naturale che esista, proprio perché è inevitabile (non così la vita), ma ha dentro questo paradosso, che pur essendo naturale, per essere accettata necessita delle stesse ragioni della vita. Il mutismo e l’afasia di fronte alle ragioni del vivere si manifestano al loro apice di fronte all’avvenimento della fine della vita. Noi dobbiamo favorire tutte le domande improprie che a questo punto si scatenano, soprattutto di fronte alle morti violente e procurate, soprattutto se servono a mettere in discussione il motivo per cui il defunto viveva, se questo non coincide con gli interessi ideologici o politici che noi vogliamo di volta in volta favorire.
Un uomo che decide di fare il soldato, di fare carriera nell’esercito, sa – tranne che qualcuno sia riuscito a raggirarlo – che l’ipotesi della morte, scontata per tutti, per lui passa dalla categoria della possibilità quotidiana a quella della probabilità. Un militare – se i politici che hanno la responsabilità del governo di un paese non l’hanno frastornato con parole senza senso – sa che i soldati “vanno in guerra”: per difendere un paese, per mantenere una pace raggiunta ma fragile, per imporla a chi non la vuole accettare. Un soldato in missione di pace difende con le armi la possibilità di una società pacifica. Per costruire ponti, scuole, ospedali ci sono gli ingegneri (o i genieri dell’esercito) che a loro volta vanno difesi da chi i ponti li vuole abbattere, le scuole chiuderle, gli ospedali bombardarli. Quando un soldato muore “nell’adempimento del suo dovere” – come non si dice più per timore della retorica (la paura di usare le parole secondo la forza del loro significato è uno dei nostri successi più grandi) – muore mentre sta facendo la guerra proprio perché è in missione di pace, ma bisogna che tutti pensino, invece, che il suo dovere era di costruire ponti e distribuire medicine, e che quindi si chiedano: “Che cosa ci stiamo a fare lì?”. Domanda pleonastica che non ha nessuna intenzione di ascoltare la risposta, perché ce l’ha già preconfezionata: il ritiro delle truppe. Ma se la vita e l’azione dei soldati hanno un senso anche immediatamente storico e politico, un caduto al fronte non può farlo venire meno.
Ci sono due sole situazioni che giustificano il ritiro: la vittoria o la sconfitta, la morte non ha questo potere. Noi invece dobbiamo conferirglielo, dobbiamo fare il possibile per estendere la sua signoria su tutto, paradossalmente usando l’argomento che vogliamo preservare gli uomini dal morire. Dobbiamo farli abbarbicare alla vita senza che si appassionino al suo scopo, quello che darebbe un senso anche al loro morire. Passeranno il tempo a esorcizzare la morte, senza accorgersi di attraversare l’esistenza come zombie. Tu fatti trovare sempre al loro fianco.
Tuo affezionatissimo zio               Berlicche

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