Non fiori ma opere di fede

Di Diemoz Caterina
27 Marzo 2003
Tre posti di blocco, due ore di automobile e il fantasma di un kamikaze all’orizzonte

Tre posti di blocco, due ore di automobile e il fantasma di un kamikaze all’orizzonte. Ecco la mattinata tipo di un cittadino di Gerusalemme nord che attraversa la città per portare a scuola suo figlio. Ce la racconta uno di loro: Sobhy Makhoul, 45 anni, cristiano-maronita docente in Teologia all’Università Cattolica di Betlemme, uno dei circa 200.000 cristiani che trovano ancora il coraggio di vivere in Terra Santa. Da quando nel 2000 è divampata la seconda Intifada i circa 2,5 milioni di pellegrini che annualmente affollavano i luoghi santi sono calati del 95% e la maggior parte dei cristiani, che operava nel turismo religioso da generazioni, è rimasta senza lavoro. Ma Makhoul non si è perso d’animo e grazie all’iniziativa “Opere della Fede Bethlehem” sostenuta in Italia dalla Compagnia delle Opere, se n’è inventato uno per centinaia di artigiani ed ex operatori turistici che oggi producono e distribuiscono all’estero articoli religiosi in legno d’ulivo. Nativo di San Giovanni d’Acri, ultima roccaforte dei crociati, laureato in Teologia alla Lateranense di Roma, Makhoul è un cristiano cattolico di rito maronita e per pregare usa l’aramaico, la lingua di Gesù.
Esistono da voi esempi concreti di dialogo interreligioso?
Sì, ma solo nelle opere, in nome del valore dato alla dignità dell’uomo. Ne è un esempio l’Ospedale Sacra Famiglia di Nazareth fondato da membri dell’ordine Fatebenefratelli, con oltre un centinaio di letti e più di 50 mila pazienti all’anno. Vi lavorano insieme ogni giorno ebrei, musulmani, cristiani di ogni confessione prendendosi cura gli uni degli altri, senza discriminazioni, né odi.
La posizione del cristiano non appare equidistante tra arabi ed ebrei…
L’Occidente non può capire che i cristiani, in quanto palestinesi, hanno sofferto molto in questo conflitto subendone tutte le conseguenze. Quel che si richiede ai cristiani in Terra Santa è essere sopra le parti, ma essi hanno sofferto la guerra anche come profughi.
Israele tratta diversamente cristiani e musulmani?
No, Israele non distingue affatto: talvolta anzi ci tratta peggio dei musulmani. Pensiamo alla moschea di Nazareth voluta dal governo israeliano, che ha concesso la sua costruzione solo per ottenere i voti dei musulmani. Ancora non si sa, però, se la moschea verrà costruita.
Veniamo all’iniziativa “Opere della Fede Bethlehem”.
Ha lo scopo di affermare la presenza cristiana in Terra Santa e dare un lavoro dignitoso ai cristiani. Nove mesi fa abbiamo lanciato l’iniziativa al Meeting di Rimini, abbiamo proseguito a Natale con la vendita di presepi in legno, per l’anno mariano distribuiremo rosari in tutto il mondo grazie alla collaborazione della Cdo. Producendo mille rosari una famiglia può vivere per due mesi.
Qual è il significato della presenza cristiana in Terra Santa?
Noi cristiani dobbiamo essere la speranza per questi due popoli. L’anno scorso in Israele 1000 ragazze tra i 12 e i 18 anni hanno tentato il suicidio. Una bimba di 9 anni ha scritto in una lettera: «mamma non ho più voglia di vivere» perché la sua amica era morta in un attentato. I bambini sono il nostro futuro, cos’altro può accadere di peggio? Io penso che in Terra Santa non ci sarà mai la pace se ebrei e musulmani non riconosceranno Gesù Cristo: perché fino a oggi israeliani e palestinesi non riescono a perdonarsi l’un l’altro, e senza Gesù non c’è perdono.

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