Non ho debiti

Di Emanuele Boffi
18 Ottobre 2007
Geronimo e gli anni Ottanta. «La situazione economica italiana non è figlia di errori della prima Repubblica, ma di Padoa-Schioppa»

Lo scorso 28 settembre gli amici della nuova Dc gli hanno fatto una festa per il “ritorno in vita” dopo il trapianto di cuore, e gli hanno consegnato una cornice con incisa la frase: «Ci sono democristiani esterni, interni ed eterni». Paolo Cirino Pomicino è gagliardamente uno (democristiano) e trino (esterno, interno ed eterno). Napoletano istrionico, ministro della Funzione Pubblica (1988-1989), ministro del Bilancio (1989-1992). Il Catalogo dei viventi di Giorgio Dell’Arti ricorda che come ministro del Bilancio ereditò da Giuliano Amato un deficit al netto degli interessi di 38 mila miliardi di lire riconsegnandolo allo stesso Amato con un bilancio di avanzo primario di 8 mila miliardi di lire.
Chi l’ha visto alla recente festa dell’Amicizia, la kermesse di partito della nuova Dc di Rotondi di cui è capogruppo alla Camera, l’ha trovato in forma iperbolica. Battagliero, arguto, polemico, è forse, tra gli ex dc, quello che va più orgoglioso della sua storia e della sua appartenenza. Anche se ha dovuto difenderla in tribunale («Mi hanno accusato di tutto, tranne di omicidio. Quello solo ad Andreotti. Sa, ubi maior»), uscendone quasi sempre illeso. «Ho vinto tutte le cause, tranne, naturalmente, quelle in cui ho ammesso. Nonostante tutto mi ritengo fortunato: ho potuto comunque difendermi nel processo, oltre che dal processo. A volte però mi chiedo se una simile giustizia travolgesse la gente normale. Cosa accadrebbe?». La gente comune è anche quella che alle elezioni del 2004 per il parlamento europeo, le ultime in cui si poteva esprimere la preferenza, ha segnato il nome di Cirino Pomicino per 45 mila volte, sebbene con l’Udeur di Mastella si fosse presentato in una sola circoscrizione. Pancho Pardi, per dire, il leader dei girotondini giustizialisti, ne portò a casa la metà (e presentandosi in tutta Italia).
Recentemente, Pomicino è tornato a difendere la politica così come la si faceva nella prima Repubblica. Ha scritto una lettera alla Stampa per spiegare che si è un po’ stufato di sentire sempre la nenia di «ministri come Padoa-Schioppa nonché professori universitari ed esperti a vario titolo che, a fronte delle difficoltà della nostra economia, ripetono spesso che la colpa è del debito pubblico fatto negli anni Ottanta». «è ormai un luogo comune», dice Cirino Pomicino a Tempi, «un luogo comune fomentato anche dalla grande stampa che non sa distinguere le notizie dalle opinioni. Quella stessa grande stampa che in Italia negli anni Novanta fu complice di Tangentopoli, Carlo De Benedetti, Cesare Romiti e col beneplacito di Gianni Agnelli, nello smantellare una tradizione politica popolare». Quello che meno piace a Pomicino è «continuare a leggere e sentire descrivere gli anni Ottanta-Novanta come quelli del debito pubblico, perché, come ho scritto sulla Stampa, il risanamento dei conti pubblici iniziò nel 1989 e tre anni dopo avemmo il primo avanzo primario per ottomila miliardi e un debito pubblico al 100 per cento del Pil. Quel che, invece, provocò il disastro fu nel 1990 la scelta sciagurata – e di questo Padoa-Schioppa è corresponsabile in quanto allora era vicedirettore generale della Banca d’Italia – di portare la lira nella banda stretta dello Sme producendo una politica di alti tassi di interesse e la conseguente svalutazione». Quindi? «Quindi oggi mi aspetterei da questi signori l’ammissione dell’errore: “Scusate, abbiamo sbagliato a far saltare la lira”».

La rappresentanza di Bassolino
Invece, quelli fanno i ministri e lui, Pomicino, oggi si vede pure tra i bersagli di Grillo. Il comico genovese ha inserito il deputato Dc tra coloro che dovrebbero essere cacciati dal parlamento in quanto ha subì-to una condanna definitiva. Grillo ha anche raccontato di aver ricevuto una telefonata da Pomicino in cui il parlamentare gli diceva: «Grillo, lei confonde la politica con la giustizia». «Io quella telefonata non l’ho mai fatta», afferma Pomicino. «L’unico contatto che ho avuto con lui è stato circa tre anni fa. Gli inviai una lettera con una copia della sentenza con la quale ero stato assolto per il crimine di cui mi accusava. Gli avevo mandato pure 50 euro per incoraggiarlo nel suo lavoro». L’antipolitica, già allora, era tendenzialmente genovese. Grillo trattenne il vaffa, e pure i 50 euro. Al di là dei rigurgiti piazzaioli quel che preoccupa l’ex ministro è «che questa storia della casta è tutta sbagliata. Gli sprechi non sono frutto della politica, ma dell’antipolitica. Fino al ’92 nessun presidente di Regione si sarebbe mai permesso, come ha fatto Antonio Bassolino in Campania, di scialacquare un milione di euro in spese di rappresentanza, e questo perché esistevano i partiti e i loro rappresentanti che si controllavano a vicenda. Oggi, che non ci sono più i partiti, ognuno fa partito a sé, è autoreferenziale. Se andiamo a vedere i compensi dei consiglieri circoscrizionali di allora e quelli di oggi vediamo che sono aumentati a dismisura. E così anche per i costi del Quirinale che hanno iniziato ad aumentare dopo il 1992, non prima. In un dibattito l’ho fatto notare a Gianantonio Stella e lui sa che mi ha risposto? Che ho ragione».
Dopo i successi di Dietro le quinte e Strettamente riservato, Pomicino promette che il suo alias Geronimo è pronto alla terza fatica. «Fra un paio di mesi uscirà un mio nuovo libro». Pomicino non ne anticipa i contenuti, ma qualche traccia si può ricavare: «Veniamo da un quindicennio di giustizialismo che ha fatto la fortuna di molti. Mani Pulite di allora è l’antipolitica di oggi. Gli attori sono gli stessi, diversi gli strumenti; allora si cavalcava l’indignazione contro i politici, oggi contro i costi dell’inettitudine. Ma l’obiettivo è sempre lo stesso: far fuori la politica, quella che risolve i problemi».

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