Non per il fango, ma per un urlo nel cuore

La morte di Grazia, la madre di Manfredonia che si è impiccata con un bambino in grembo dopo che la figlia quindicenne Giusy era stata, un anno fa, assassinata all’interno di un’oscura storia di sesso in una piccola città, è talmente disperata che chi la ascolta è naturalmente portato a tacere. Il silenzio, solo un silenzio attonito sembra poter essere la reazione a una simile travolgente catena di dolore e di morte. Leggi ancora, immagini quella donna che perde una figlia, assassinata a pietrate, sfigurata nel fiore dei suoi anni; e poi l’affermazione che fosse l’amante di un cugino, sposato e padre; e ancora le voci che quella sua bambina fosse finita in un giro di prostituzione, addirittura condotto da due amiche adolescenti. Vero? Falso? Falso assolutamente per Grazia, agli occhi della quale Giusy era ancora una bambina, un peluche in braccio, come nella foto che compare sui giornali. E anche se tutto fosse stato vero, è possibile che ad avere ragione fosse comunque la madre: perché se a quindici anni finisci in un simile fango, è chiaro che qualcuno ti ha spietatamente usato, approfittando proprio del fatto che eri bambina. E poi, ti immagini le voci di una piccola città, voci maligne aleggianti ovunque, sulla soglia dei negozi, magari sul sagrato della chiesa. L’hanno uccisa, sì, però non era certo una santa.
Voci, voci che rodono come tarli, che deflagrano come bombe nel tuo deserto già devastato della morte di tua figlia. Ma Grazia voleva, nonostante tutto, vivere ancora. Quel figlio concepito volutamente, disperatamente, per seminare la morte che la inseguiva. E ce l’aveva quasi fatta: due mesi ancora, e sarebbe nato, e quel primo vagito sarebbe stato un grido di vita e di trionfo contro la morte. Ma non è riuscita a correre abbastanza veloce. Un mattino, nella sua fuga è come caduta: ha cercato di rialzarsi, la morte le era già addosso. Ha comprato una corda, è tornata nella casa in cui aveva vissuto coi figli, ora vuota. Fallo, fallo, fallo, comandava la voce ossessiva del tarlo. Grazia ha obbedito, è morta con il figlio in grembo. Ma quel pendere atroce del suo corpo inerte, gravido di un’altra vita, suona a noi come un grido di disperata ribellione: non per la morte, per il fango, per il nulla siamo fatti, ma per tutt’altra cosa, per un destino immenso che abbiamo, da sempre, scritto nel cuore.

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