Non è la fine di Israele

Di Reibman Yasha
12 Gennaio 2006

Dicono che la malattia di Ariel Sharon abbia creato un vuoto di potere e che senza di lui il suo nuovo partito Kadima sia spacciato. Dicono che senza un leader Israele non potrà prendere decisioni cruciali per proseguire sulla strada della pace. A queste parole di senso comune mi pare sfugga qualcosa. è vero che si è aperta una fase ricca di incognite, che le elezioni e i prossimi novanta giorni saranno fondamentali per capire quale futuro politico attenda il paese.
Ma non siamo di fronte alla scomparsa di un dittatore con poteri e funzioni accentrati su una sola persona. Sharon ha alle spalle una società viva e dinamica, caratterizzata da una delle stampe più libere e critiche col potere. Sharon ha governato col consenso di un vivace parlamento, ha scontato l’opposizione dura nel Likud e ha incassato il favore della maggioranza dei cittadini. Israele ha già affrontato momenti tremendi. La morte di Ytzhak Rabin per mano di un israeliano e prima ancora la scomparsa del fondatore David Ben Gurion sembrarono togliere ogni speranza. Invece il sistema democratico ha retto. La solidità che abbiamo oggi di fronte è dimostrata anche da quanti vogliono sposare le peggiori previsioni per Kadima e che arrivano comunque ad attribuirgli il 25 per cento dei consensi. Non si tratta quindi di un gigante con i piedi di argilla, ma verosimilmente Sharon ha creato il primo partito del paese e le sue idee andranno avanti. Il punto critico resta un altro. Abu Mazen riuscirà a disarmare Hamas e fermare i terroristi?

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