Non mentite sull’Irak

Di Barzani Sywan
04 Dicembre 2003
La guerra americana ha liberato l’Irak. I pacifisti hanno difeso il terrore di Saddam Hussein. Ora tutte le democrazie, farebbero bene a collaborare, parola di curdo irakeno

Da quando le forze armate anglo americane hanno vinto la guerra in Irak alcuni media, arabi ed europei, non fanno che presentare in modo continuo ed esagerato gli aspetti negativi del dopo guerra; aspetti negativi che erano in gran parte già presenti sotto il regime destituito. Noi non dimentichiamo che, prima dell’intervento militare della coalizione che ha abbattuto il regime baathista di Baghdad, alcuni paesi ed organizzazioni si sono autodichiarati difensori della legalità internazionale definendosi come il “partito della Pace”, quando la logica mostrava che operavano, in qualche modo, per la salvaguardia del regime di Saddam Hussein. In quell’occasione, come oggi, i soli che facevano fatica a far sentire la propria voce erano gli stessi irakeni la cui priorità era di finirla con quel regime che, fondandosi sul binomio terrore/dispotismo, soffocava letteralmente tutta una nazione.

Da quarant’anni l’irak era in ginocchio
È incontestabile che gli Stati Uniti, che non hanno potuto o voluto elaborare un programma chiaro per il dopoguerra, abbiamo commesso qualche errore nell’amministrazione del paese dopo la caduta del regime. Ma questo non significa che l’Irak sia nel caos e che la soluzione per gli americani, ascoltando una supposta voce della “saggezza” non interventista, consistesse nel salvaguardare il regime baathista a Baghdad, perpetuando così il calvario del popolo irakeno. Non va dimenticato che dopo quarant’anni di guerra e quasi trentacinque di un regime particolarmente crudele e sanguinario, ai quali vanno aggiunti dodici anni di sanzioni economiche decise dalle Nazioni Unite, l’Irak era già in ginocchio.
Dal 1961 la guerra del potere centrale contro il Kurdistan irakeno, che negli anni ‘80 ha subìto dei bombardamenti chimici e la distruzione totale d’innumerevoli città e villaggi, è costata la vita ad almeno 250.000 civili e la si può considerare come genocida. Nel resto dell’Irak, prima la guerra contro l’Iran e poi la guerra per la liberazione del Kuwait sono costate la vita ad almeno un milione di irakeni, che hanno dovuto subire delle terribili campagne di repressione interna, con decine di migliaia di vittime. Il potere era interamente concentrato nelle mani del clan di Saddam Hussein, quello di Tikrit e le “sparizioni” e la tortura, moneta corrente, come testimoniano le più di 360 fosse comuni repertoriate, avevano creato una situazione di terrore permanente.

La guerra di liberazione
Dal punto di vista economico basta ricordare che l’agricoltura è stata distrutta dallo pseudosocialismo del Partito della Resurrezione araba socialista (Baath) di Saddam Hussein e dalle importazioni di alimenti sovvenzionate dallo Stato. Il risultato è stato quello di un’inflazione fuori controllo e di un debito estero, più di 270 miliardi di dollari, che è oggi una delle maggiori difficoltà che deve affrontare il paese. Ma già prima dell’arrivo degli americani la moneta irakena, il dinaro, che valeva ufficialmente 3,7 dollari, era precipitato ad un cambio reale di 3600 dinari per un solo dollaro, lo stipendio medio era di 4 dollari al mese e la disoccupazione batteva ogni record. E già prima della guerra l’acqua e l’elettricità erano una merce preziosa perché distribuite in modo irregolare. Tutto questo in un paese che, grazie alle sue immense ricchezze naturali e umane, aveva un enorme potenziale di sviluppo.
Per questo la popolazione e l’esercito irakeni hanno rifiutato di resistere e di difendere un regime che li ha umiliati. In qualche giorno, e con il sacrificio di qualche decina di soldati, l’esercito americano ha potuto entrare a Baghdad e la coalizione controllare un paese con una superficie di 443.000 kmq e una popolazione che il regime aveva interamente consacrato alla guerra. Una vittoria militare unica nella storia. È vero che il paese ha vissuto delle ore difficili a causa della confusione seguita al 9 aprile; confusione alla quale non è estranea la liberazione di 50.000 delinquenti scarcerati dal regime qualche settimana prima della guerra. Ma da allora la situazione è molto migliorata e la vita riprende poco a poco il suo corso normale. I servizi pubblici vengono ripristinati e scuole e università sono di nuovo aperte. L’Irak non è più sottomesso all’embargo e il livello medio degli stipendi è stato moltiplicato per trenta in qualche mese.
Oramai gli irakeni, grazie alle parabole, possono guardare liberamente i canali televisivi satellitari, possono telefonare in tutta libertà e corrispondere con l’estero utilizzando Internet o più semplicemente utilizzando le tradizionali lettere. Dalla caduta del regime sono nati più di 150 tra quotidiani e settimanali e la libertà d’espressione è garantita. Centinaia di migliaia di irakeni, che nelle fosse comuni hanno ritrovato i resti dei loro cari, massacrati dal regime, pur nella loro tristezza possono finalmente trovare la pace. I 4 milioni di irakeni in esilio hanno ora la possibilità di rientrare nel loro paese e delle relazioni normali possono essere finalmente stabilite con Iran e Kuwait. Insomma, gli irakeni oramai sono liberi.

Manifestare per i sopravvissuti
Se i problemi di sicurezza preoccupano gli irakeni, ricordando loro i tempi bui del terrore che 35 anni fa avevano preceduto l’accesso al potere al partito Baath, è necessario tenere presente che gli atti di terrorismo – non di resistenza – perpetrati dai complici di Saddam Hussein e dai loro alleati, gli islamisti di Al Qaeda, nonostante il loro potenziale destabilizzante, hanno avuto fino ad oggi una portata limitata e non hanno il sostegno della grande maggioranza del popolo irakeno. L’amministrazione irakena, il più possibile rappresentativa della realtà politica del paese, sta prendendo corpo lentamente e un Irak democratico e pacifico non è più un sogno. Le ricchezze del paese possono ora servire ad altro, non più alla guerra e alla repressione.
Questo non è un quadro idealizzato ma semplicemente la realtà che in molti rifiutano di vedere, preferendo aggrapparsi a quei dettagli che sosterrebbero la tesi di una sconfitta dell’amministrazione Bush e dei suoi alleati, senza forse rendersi conto che in quel caso subirebbe una sconfitta anche il popolo irakeno.
Gli stessi che prima della guerra manifestavano, per un malinteso desiderio di pace, per antiamericanismo o perché manipolati dai mercanti di morte che per anni hanno fornito armi e sostegno al regime di Saddam, non li abbiamo mai sentiti protestare quando erano centinaia di migliaia gli irakeni che morivano a causa del regime. Questo naturalmente non significa che approviamo la politica americana nel suo complesso o la sua posizione nei riguardi del regime irakeno prima della guerra del Kuwait, ma è evidente che questa volta gli americani hanno reso un grande servizio all’umanità sbarazzandola del regime baathista. Quindi ora sarebbe meglio, invece di criticare gli americani e quindi retrospettivamente difendere uno dei regimi più crudeli al mondo, agire in favore di chi a quel regime è sopravvissuto.

Le grandi democrazie collaborino alla ricostruzione
Le grandi democrazie occidentali, fornendo in passato armi e sostegno economico e diplomatico, sono state complici dei crimini contro l’umanità commessi dal regime, ma oggi quelle stesse democrazie occidentali possono aiutare gli irakeni nell’opera di ricostruzione e stabilizzazione del paese, piuttosto che non fare niente se non criticare quelli che cercano di aiutare una popolazione che non rivendica che il semplice diritto di vivere in pace.
Paesi come l’Italia, la Spagna o la Polonia fanno quello che possono per aiutarci e i loro soldati, che ogni giorno rischiano la loro vita, partecipano attivamente alla ricostruzione politica ed economica dell’Irak. Altri paesi europei farebbero meglio a seguire questo esempio, piuttosto che perdersi in polemiche sterili, perché la stabilità in Irak non può che essere positiva per la stabilità e la pace in tutto il Medio Oriente, che è alle porte dell’Unione Europea, e perché un eventuale fallimento della democratizzazione irakena avrebbe delle conseguenze disastrose soprattutto per l’Europa.

* Politologo e rappresentante in Francia del Governo regionale del Kurdistan irakeno

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.