Non è propaganda: meno poveri in Italia
Sull’andamento del potere di acquisto degli italiani è lecito dibattere, senza partiti presi ma anche senza ingenuità: è ovvio che le parti politiche tenderanno sempre a tirare la coperta delle statistiche dalla propria parte. Ma nel dossier di dati sulla situazione socio-economica italiana a cura di Renato Brunetta presentato da Forza Italia c’è almeno un dato positivo incontrovertibile: in un contesto generale di pressione sul potere d’acquisto degli italiani, e in particolare dei ceti medi, il numero dei poveri nel nostro paese non è aumentato, bensì è diminuito. Non lo dice Berlusconi, lo dicono i numeri dell’Istat calcolati in base agli stessi standard applicati al tempo dei governi dell’Ulivo. Questi numeri raccontano che i “poveri assoluti” nel nostro paese sono leggermente scesi da 2.936.568 nel 2000 (ultimo anno intero di governo dell’Ulivo) a 2.916.279 nel 2002 (primo anno intero di governo della Casa delle Libertà); mentre i “poveri relativi” sono diminuiti più sostanziosamente, passando da 7.948.039 nel 2000 a 7.139.673 nel 2002.
Le definizioni di “povertà assoluta” e “povertà relativa” in Italia sono diverse, ovviamente, da quelle applicate dagli organismi internazionali ai paesi del Terzo mondo. I “poveri assoluti” italiani sono coloro che vivono sotto la “soglia della povertà assoluta”, la quale è determinata sulla base di un paniere di beni e servizi considerati essenziali per vivere; il paniere comprende una componente alimentare, una per l’abitazione ed una rappresentata dalle spese per altre necessità familiari. La “soglia della povertà relativa”, invece, si applica, come spiega l’Istat, a «una famiglia di due componenti che presenta una spesa mensile per consumi inferiore o uguale a quella media di una persona nel paese». I valori che riportiamo nella tabella soprastante alle voci “linea della povertà assoluta” e “linea della povertà relativa” si riferiscono pertanto ai consumi mensili di una famiglia di due persone. In base ad una scala di equivalenze questi valori vengono poi aggiustati per le famiglie con un numero di componenti inferiore o superiore a due, e in questo modo viene calcolato il numero di singoli individui che deve essere considerato povero “in assoluto” o “relativamente”. Alcuni osservatori hanno obiettato che la flessione del numero dei poveri relativi sottintende in realtà un impoverimento collettivo, perché è solo la diminuzione dei consumi della classe media che l’avrebbe determinata. Non può essere così, perché la soglia della povertà fra 2001 e 2002 è cresciuta ben oltre l’inflazione: più 1 per cento su base mensile contro un’inflazione del 2,5 per cento su base annua. In realtà l’aumento delle pensioni minime a 516 euro e i benefici della riforma fiscale sui redditi bassi si sono fatti sentire.
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