Non sarà il buon welfare a generare la speranza che serve oggi per mettere al mondo dei figli

Di Cominelli Giovanni
01 Febbraio 2007

«Andremo alla meta a due a due». Così Paul Éluard, il poeta comunista francese, descriveva romanticamente il cammino verso il comunismo. Ora, “due” possono camminare insieme per tutta la vita o solo per un po’, possono essere etero o omo o transgender, le loro transazioni possono essere protette dal diritto civile, ma il guaio è che solo “a due a due” la specie umana non va da nessuna parte. Non basta la coppia, occorre la famiglia, cioè i figli, per far crescere le società umane. Succede, invece, che le coppie aumentino e le famiglie diminuiscano. I determinismi sociali che sospingevano verso la famiglia sono venuti meno. Oggi è possibile isolare tecnicamente la dimensione procreativa della sessualità per viverne solo il lato della comunicazione umana. Né è più necessario generare uomini per le fatiche dei campi e delle fabbriche o per le trincee.
Finiti i determinismi, per quale ragione non facciamo più figli nella misura necessaria almeno a rimpiazzare i morti? La colpa, si sostiene, è del mercato del lavoro: le donne sono discriminate nei salari, penalizzate nelle carriere, se decidono di fare figli. È tutto vero. Ma nei paesi nordici, dove la parità tra uomo e donna è quasi realtà e dove il welfare funziona, nasce qualche figlio in più, ma non tale da invertire il trend negativo. Non è colpa del cattivo welfare. In realtà, oggi più di ieri, passare dalla coppia alla famiglia, generando dei figli, implica la scelta consapevole di costruire “la città umana” e pensare che un’impresa del genere abbia senso e speranza. Che sia un atto di amore verso l’umanità e verso il proprio destino. Che la storia degli uomini sia una storia aperta al loro genio, alla loro creatività. Che la storia si possa cambiare, allorché due persone si amano fino a generare consapevolmente un altro. Che abbia senso trasmettere un lascito a qualcuno, perché a sua volta cresca sopra di esso come il corallo che fiorisce sulla solida struttura della barriera di chi lo ha preceduto. Insomma: fare figli vuol dire credere che quella dell’umanità non sia un’avventura insensata. C’è naturalmente da dubitare che ogni giovane coppia che fa all’amore si faccia “distrarre” al momento da tutti questi pensieri. Si ama e basta. Ma è compito dell’educazione farli venire fuori. Perché preparare alla famiglia significa esattamente educare a coltivare il senso della propria vita e della storia degli uomini.

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