Non solo falchi in Israele
“Per Israele non era realistico pretendere che, in cambio di un accordo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, Arafat mettesse fine al conflitto e a tutte le richieste avanzate nei suoi confronti. Israele non dovrebbe chiedere cose che Arafat non può concedere, a meno di non essere disposto a offrirgli concessioni straordinarie al punto di mettere la popolazione israeliana nelle condizioni di non poterle accettare”. Dalle colonne del quotidiano israeliano Ha’aretz del 5 novembre, il giornalista Asher Susser inquadra lo status questionis mediorientale con parole che sembrano spingersi ben oltre le drammatiche contingenze. Del resto, Ha’aretz, di area laburista, rieccheggia la voce di quei “moderati” che in Israele non si lanciano preconcettamente e lancia in resta nella caccia al palestinese. Secondo Susser, è ora di guardare la situazione con realismo cominciando a prendere seriamente in considerazione l’idea (così suona il titolo del suo commento, “It’s two states – plus or minus”) di trovarsi di fronte a due Stati distinti. L’analisi di Susser parte dalle storiche giornate del 1967, quando Israele sconfigge il leader dei non-allineati Gamal Abdel Nasser nella cosiddetta Guerra dei Sei Giorni. La prima vittima eccellente è l’“ideologia R.A.U.” di cui il presidente egiziano era stato l’emblema, ovvero il panarabismo nato da un’originale mistura di retaggio islamico piuttosto laicizzato, socialismo romantico e nazionalismo di marca occidentale ottocentesca che, dal 1958 al 1961, aveva fatto di Egitto e Siria la Repubblica Araba Unita. Dai sogni di revanchismo globale e unilaterale, il mondo arabo — così Susser — passa quindi a più pragmatici consigli: assicurare i propri interessi nazionali senza “il peso d’inibizioni ideologiche”, abbandonando la prospettiva di “guerre interminabili contro il potente vicino” israeliano. Eppure, nel caso palestinese, l’accordo su confini chiari e distinti e garantiti da accordi internazionali è molto più incerto. Manca tutto: frontiere definite, intese precise, diritto certo. Per quanto difficile, o addirittura impossibile, possa apparire, ogni accordo israelo-palestinese deve passare dal post-1967, senza che questo si traduca in una minaccia diretta per Tel Aviv. L’orologio della “questione mediorientale” arretra dunque al 1948. La sconfitta palestinese in quel fatidico anno ha infatti “rappresentato una traumatica esperienza formativa. La perdita della patria e il problema dei profughi sono gli assi portanti dell’esperienza comune e dell’unità nazionale del popolo palestinese”. Per Susser, “nel ‘dossier 1948’ sono due le questioni fondamentali che pongono problemi enormi a Israele […]. Una è quella dei profughi […] e del loro diritto al ritorno, l’altra quello dell’identità nazionale dei cittadini palestinesi d’Israele, che nel tempo si sono mostrati sempre meno disposti a riconciliarsi con l’idea di uno Stato d’Israele inteso come Stato-nazione degli ebrei”. Chiedere ad Arafat di chiudere velocemente il “dossier 1967” senza toccare quello del 1948 equivarrebbe, secondo il giornalista israeliano, a chiedergli la luna. “Israele non dovrebbe pretendere che, per porre termine al conflitto — questione comunque distinta dal raggiungimento di una riconciliazione concreta —, i palestinesi si dichiarino disposti a rinunciare anche alla legittima richiesta di un ritorno in patria. Così come, per le stesse ragioni, i palestinesi non dovrebbero pretendere che Israele proclami di essere nato nel peccato e di essere responsabile della tragedia del 1948”. Susser non è tenero con i palestinesi, ma il suo realismo introduce elementi di chiarificazione difficilmente sottovalutabili. Molto concretamente, non ci sono cattivi tutti cattivi, né buoni tutti buoni. Non ci sono, come diceva T.S. Eliot, cause vinte una volta per tutte perché non ci sono cause perse una volta per tutte. Ma tante, tante povere vittime.
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