Non solo santi ma anche buoni mercanti
Di dibattiti è pieno il mondo. Del “come si deve fare” son piene le pagine dei rotocalchi. Ma poi, quando si tratta di “entrare nel merito delle questioni” (non si dice così?) poche sono le idee che trovano uno sviluppo concreto. Perché anche le belle idee hanno le loro controindicazioni. E la realtà è più complessa della schematizzazione in cui la si vuole ingabbiare. Per questo dire “devolution” non basta. Anche questa potrebbe diventare una “parola magica” che, girata come un calzino, porterebbe solo ad una maggior peso burocratico. Occorre invece valorizzare e sostenere quelle esperienze nate dal basso della società che han già raggiunto sulla materia una buona competenza e han dato frutti godibili da tutti. All’idroscalo di Milano durante l’“Happening 2001”, si è affrontata la questione. Davanti ad un migliaio di persone Giorgio Vittadini, presidente della Compagnia delle Opere, Ignazio La Russa, capogruppo alla Camera di Alleanza nazionale e Giancarlo Pagliarini, assessore al Demanio del Comune di Milano e figura storica della Lega Nord, sono stati interrogati da Gianluigi da Rold sui temi del non-profit e della riforma del Welfare. Non si può più rimanere nell’“età dell’incertezza” sui problemi sociali più urgenti del nostro Paese (sanità, istruzione, assistenza, liberalizzazione del lavoro). Il vecchio Welfare state non è più in grado di assolvere alle sue funzioni. In alcuni casi sembra quasi un “baraccone” che fa acqua da tutte le parti e, come è già avvenuto in altri paesi avanzati, deve essere sostituito in molte funzioni da altre realtà. La funzione del non-profit in altri paesi è al proposito esemplare. La Compagnia delle Opere ha già raccolto più di cinquantamila firme (molte anche di esponenti della sinistra) per due leggi di iniziativa popolare: la prima proprio sul riconoscimento del non-profit; la seconda, sulla liberalizzazione del lavoro. Ecco un resoconto dell’incontro.
Lasciateci scegliere la culla e la tomba
Giorgio Vittadini: «la questione è più semplice di quanto si possa pensare. Partiamo dal principio del servizio di pubblica utilità alla persona. Il cittadino deve essere libero di servirsi di qualsiasi agente statale o privato che sia. Lo abbiamo visto con la sanità in Lombardia, dove finalmente, per sottoporsi a un esame specialistico rilevante, anziché aspettare sei mesi si è arrivati ai tempi ragionevoli dei 15 giorni. È stata cioè favorita una libera scelta. Che sostanzialmente vuol dire scelta fra soggetti statali e privati. Ma vuol dire anche un’altra cosa: al posto di pagare cinque milioni di tasse, ho la possibilità di spendere direttamente queste risorse dando un corrispettivo, pagando un servizio analogo a quello dello Stato, ma al privato. Una sussidiarietà fiscale di questo tipo presuppone l’esistenza di realtà che svolgono servizi di pubblica utilità. La storia del Welfare non è una storia di aiuti statali. Non siamo in Svezia, dove il motto era la copertura del bisogno dell’uomo «dalla culla alla tomba». In Italia esistono realtà come la Sacra Famiglia, la Nostra Famiglia, l’Ospedale Maggiore di Milano che sono una tradizione non statale e antecedente allo Stato unitario. Solo lo Stato contemporaneo della Repubblica e prima ancora lo Stato ottocentesco giacobino ha distrutto questa idea del pubblico non statale, ha identificato lo Stato con il pubblico. Quindi, ribadire che esiste un privato di pubblica utilità significa riprendere la nostra tradizione e seguire l’esempio dei paesi più avanzati. Realtà che hanno un grande patrimonio e un reddito, che non hanno uno scopo economico, ma ideale, di pubblica utilità. Vorremmo introdurre il principio di un vero mercato, in cui il cittadino sceglie direttamente tra lo Stato, il privato e il privato non profit, agevolandolo attraverso la defiscalizzazione. Questo favorisce la concorrenza tra i vari agenti. In molti casi poi, ad esempio nella cura delle malattie croniche in sanità, il privato non trova convenienza nell’intervento, il pubblico non è in grado di sopportare i costi, solo il privato, con scopo ideale, può intervenire».
Ignazio La Russa: «sono d’accordo con Giorgio Vittadini. Il problema è andare in questa direzione, ma andare con cautela. Non si può, ad esempio, dall’oggi al domani abolire la scuola pubblica. Sarebbe già un buon risultato se, nel corso di 10 anni, si moltiplicasse il numero delle scuole private. L’effetto immediatamente conseguente a un processo di sussidiarietà, sarebbe a mio parere quello di un miglioramento del sistema che arrivasse ad equiparare il livello di qualità sia dello Stato sia del privato. Non c’è contraddittorietà per noi. Anche per una forza come Alleanza Nazionale, che è un partito di destra, da sempre molto attento a che lo Stato fornisca determinati servizi, oggi è necessario che ci si incammini sulla strada della sussidiarietà e di questa emulazione tra vari agenti che forniscano migliori servizi. Quindi posso rispondere che noi su questa strada ci siamo e possiamo trovare un terreno comune. Non deve stupire più nessuno che la destra italiana oggi condivida queste opinioni».
Giancarlo Pagliarini: «da sempre, quando sento parlare Vittadini mi ricordo dei discorsi che faccio da 10 anni a questa parte. Devo ammettere che tra me e Giorgio ci sono convergenze su molti mezzi con cui risolvere i problemi di questo Paese. Vorrei aggiungere qualcosa di più, che riguarda anche la battaglia politica che ho fatto in questi anni. Sulla scuola ad esempio, una volta che lo Stato ha fissato dei principi generali, ciascuna regione deve avere la possibilità di scegliere come e quando procedere. Oltre al concetto di sussidiarietà, che io condivido, vorrei aggiungere la possibilità della libera scelta dei cittadini nel territorio dove vivono. Cioè, a mio parere, la sussidiarietà è complementare al concetto di federalismo e di autonomia.
Devolution: avanti, con calma
Dopo il non-profit e la riforma del welfare, il dibattito si è spostato sulla devolution, quella che è stata una battaglia leghista e un concetto che è servito da collante del centrodestra fin dalla vigilia delle elezioni regionali dell’anno scorso.
La Russa: «è un problema su cui spesso si fa confusione. Noi, come Casa delle Libertà, abbiamo raggiunto un’intesa prima delle elezioni regionali dell’anno scorso. Un’intesa che riguardava il trasferimento di competenze nel settore della sanità, dell’istruzione e della polizia. Questa intesa è stata rispettata e ci ha permesso di vincere sia alle elezioni regionali sia a quelle politiche. Alleanza Nazionale non ha avuto e non avrà alcun problema a mantenere questo impegno. Spero proprio che gli italiani si siano accorti che An, nel giro di pochi anni, ha cambiato posizione su questo argomento, arrivando a condividere pienamente il principio della devolution, posta come una questione che non è in contrasto con l’identità nazionale e la funzione unificante dello Stato. Compensare queste due esigenze, non è stata una scelta sofferta, ma una scelta obbligata dal fatto che siamo tutti d’accordo nel rendere più funzionale e più moderno questo Stato».
Pagliarini: «condivido pienamente l’opzione della devolution. Ho solamente precisato al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dopo il suo discorso alla Camera, che non si può intendere risolto il problema del federalismo trasferendo alcune competenze dallo Stato alle Regioni. Il federalismo è un processo graduale, che può avere il suo primo passo nel trasferimento di funzioni e di competenze come sanità, istruzione e polizia, ma che però deve affrontare il problema complessivo di tutta la struttura statale. Se ci si ferma solo al trasferimento di alcune competenze, non si può parlare di federalismo. Ad esempio occorre trasferire l’assistenza, oggi sotto il cappello dell’Inps, direttamente ai Comuni. Infatti è molto più semplice per un Sindaco gestire il servizio dell’assistenza. Ma, in generale, il federalismo è una realtà che nasce dal basso, che si costruisce lentamente e che ha bisogno di tempi lunghi».
Vittadini: «io sono convinto che bisogna partire da quello che esiste, da quello che c’è. Troppo spesso, nel dibattito politico, si passa dall’Urss di Suslov degli anni Sessanta all’America di Reagan. E sembra che in mezzo non ci sia nulla. Parliamo di devolution con un minimo di realismo. Poniamo il caso che domani mattina, Formigoni imponga la devolution e si trovi subito a dover gestire trecentomila insegnanti e a dover seguire tutte le pratiche burocratiche conseguenti. Fossi io Formigoni, scapperei di corsa. Il trasferimento pure e semplice di competenze amministrative dal centro alla periferia non otterrebbe altro che il blocco delle regioni, per anni. Fossi uno di Rifondazione, per mettere in crisi la maggioranza attuale, accetterei subito la devolution. A mio parere, il principio da salvaguardare e da suggerire è quello di distinguere tra regione e regione. Le riforme si fanno soprattutto per chi le chiede e in base a una sperimentazione. Ricordatevi delle Ipab. Nel 1978, la Corte costituzionale stabilì che le Ipab diventassero regionali, ma in quell’occasione furono in molti a chiedere di restare statali. Io sono dell’opinione che occorra partire dall’esistente, che si faccia una politica di piccoli passi, che si operino delle sperimentazioni per vederne nel tempo gli effetti. Faccio di nuovo un esempio sull’istruzione. La devolution non si può applicare a tutte le scuole subito e incondizionatamente. Meglio agire su specifiche aree geografiche. Prendiamo ad esempio la Lombardia, la provincia di Milano, una zona della provincia di Milano e sperimentiamo, per le scuole che aderiscono, un principio di mobilità. Vediamo poi che cosa succede concretamente. Nell’arco di cinque o sei anni, poi, possiamo estendere questo principio. Questo è un metodo che può funzionare. Il principio che delegasse tutto allo Stato o tutto al privato non sta in piedi. Lo Stato deve limitarsi a fissare dei principi generali: parità scolastica, sussidiarietà, esistenza del non-profi e assistenza più partecipata».
Il buco con il centrosinistra intorno
Il terzo punto trattato durante il Forum è stato quello dell’attuale situazione economica del Paese. Il “buco” sui conti pubblici, le “polpette avvelenate” lasciate dal governo del centrosinistra, gli avversari politici che si oppongono a un reale cambiamento del Paese.
Pagliarini: «mi ricollego un attimo a quello che ha detto Vittadini. Le Regioni devono prima dichiarasi pronte per accettare le competenze che lo Stato gli vuole passare. Ma non eludo la domanda sul “buco”. In realtà, in Italia il problema del “buco” è legato al fatto che i bilanci non si fanno chiaramente. Si parla, ad esempio, di un debito di due milioni e cinquecentomila miliardi. Ma l’attivo di bilancio, quale sarebbe? Nessuno lo conosce, perché i bilanci, sia in Italia, ma anche in Europa non hanno trasparenza, non sono conosciuti esattamente dai cittadini. Gli esempi si sprecano. Potrei aggiungere che ci sarebbero altri quattro milioni di miliardi di debito che si aggiungono per il costo delle pensioni. Eppure, uno quando va in pensione ha un credito verso lo Stato. Ma quale è l’entità del credito e del debito di un solo cittadino? Sono misteri legati a questi bilanci oscuri che non avrebbero più ragione di essere in un’epoca che dovrebbe essere di trasparenza e di rispetto per i cittadini. Vi devo confessare che, in tutti questi anni, di fronte all’oscurità dei bilanci statali, ho sofferto quando ho sentito ripetutamente parlare di finanza risanata».
La Russa: «abbiamo avuto una campagna elettorale lunga e aspra, che forse non ha evidenziato adeguatamente la differenza dei due programmi. Ma, alla fine, credo che questa differenza sia pure emersa. Ed è proprio quello di cui abbiamo parlato oggi. La differenza sta nella nostra concezione di modernizzare lo Stato di fronte alla volontà di mantenere uno Stato di tipo ottocentesco come intende fare la sinistra. Il vero pericolo, se permettete, io lo vedo soprattutto in noi stessi, nella nostra azione di maggioranza. Non dobbiamo essere presi da manie di grandezza, non dobbiamo cadere nell’arroganza e nella presunzione, dobbiamo tenere i piedi per terra e rimanere legati alla realtà, vicini alla gente e ai corpi sociali. Il problema è quello di vivere la politica come passione e servizio, ideali che animano da sempre l’azione sociale e politica della Compagnia delle Opere, e di compiere piccoli passi senza illuderci di pretendere tutto e subito».
Vittadini: «devo dire che mi ha impressionato una citazione su don Sturzo fatta dal candidato alla presidenza nella recente consultazione elettorale siciliana. Una citazione che riguardava i limiti che si deve porre la politica. Non può arrivare da tutte le parti, deve a un certo punto fare un passo indietro. Il problema fondamentale che ci riguarda è quello dell’educazione, come introduzione alla realtà totale, così come da anni ci ha insegnato don Giussani. Possiamo quindi affermare che il ruolo determinante nella società è quello dell’educatore, che insegna a entrare nella realtà, e, altrettanto importante, è che ci siano interlocutori pronti a raccogliere questo insegnamento e ad assumersi un rischio personale e che inoltre si riconoscano appartenenti a un popolo. Guardate che quando parlo di educatore, parlo anche di un imprenditore che comunica agli altri sue conoscenze. Non serve quindi tanto un’ingegneria istituzionale perfetta: il problema dell’educazione non è infatti una questione solo di principi. Noi desideriamo che prima della politica avvenga una comunicazione di tradizione e di cultura. I due interlocutori che ho di fronte oggi, li conosco bene. Vivono con coscienza critica e sistematica la politica. Credono in quello che fanno, vivono una loro identità e riescono a trasmetterla ad altri».
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