Non sono l’avvocato d’ufficio dell’islam
Caro Direttore,
Le scrivo con qualche ritardo, perché rispondendo “a caldo” all’articolo «Quei “Luoghi dell’Infinito” folgorati sulla via della Mecca», (Tempi, 8, 10-16.10.2002) a firma Alberto Leoni, avrei forse dato l’impressione di voler continuare una polemica fra il Suo giornale e me che, come ricorderà, aveva in passato avuto qualche aspro tono.
Se in quella ormai vecchia polemica ho ecceduto in qualcosa, mi scuso con Lei. Credo che oggi, su problemi quali quello islamico, si debba essere più sereni e più prudenti possibile: e mi rendo conto come certe accentuazioni nell’apprezzamento della cultura musulmana, anche quando sono giustificate sotto il profilo storico, potrebbero ingenerare perplessità in molti lettori. In materia, l’esperienza mi ha reso cauto: e sono grato anche a Lei e al Suo giornale per aver segnalato a suo tempo nei miei scritti qualche tendenza all’eccesso, forse inopportuna.
Aggiungo che, per quel po’ che ne so, apprezzo molto il lavoro di Leoni. La sua traduzione di La rivoluzione italiana di Patrick O’Clery (Ares) è stata lavoro davvero benemerito: libri come quello vanno fatti sul serio conoscere, anche nelle scuole.
D’altronde, anche Leoni dovrebbe (come me e come tutti) temperare il suo generoso impegno, e tener presente che la compiutezza dell’informazione è importante. Trovo nel suo articolo quei limiti di conoscenza (perfettamente legittimi: non si può saper tutto) che ho riscontrato nel suo La croce e la mezzaluna (ancora Ares), una sintesi di tredici secoli di storia dei rapporti militari euro-musulmani. Quel mio articolo che gli è dispiaciuto poteva sembrare contenere aspetti “apologetici” nei confronti dell’islam solo a patto di venir letto in una chiave non scevra da pregiudizi: come scritto cioè da chi stava assumendo, su versanti non estranei – tuttavia un po’ diversi – da quello storico, una sorta di totalizzante “difesa d’ufficio” dell’islam. Le ripeto: mi spiace di aver dato un’impressione di questo tipo e me ne scuso. Ma se come pubblicista ho ecceduto, come storico so quel che dico: quelle cose le studio fin dall’inizio degli anni Sessanta.
Non è quindi vero che la battaglia di Poitiers sia stato un episodio così importante come Leoni sembra ritenere: e non mi pare che Stefano Gasparri, che Leoni cita, abbia mai detto questo. Il “mito” di Poitiers è stato sfatato da anni, fin dal saggio di M. Baudot del 1955 che ne sposta anche la data dal 732 al 733: oggi ne parlano solo i divulgatori, tanto più che dopo quell’episodio la presenza musulmana nella Francia meridionale si rafforzò nei due secoli successivi (a parte la fase legata a Carlo Magno, che peraltro intervenne in Spagna chiamato da alcuni emiri e combatté in loro aiuto contro altri loro colleghi: la storia è sempre complessa…). Per i dati relativi all’invasione musulmana in Spagna, Leoni utilizza un lavoro di storia militare edito nel 1984 e di taglio alquanto desueto. Non credo poi di meritarmi, come storico delle crociate, giudizi sbrigativi (“Cardini dimentica” ecc….), dato che il mio interlocutore “dimentica” a sua volta come almoravidi e almohadi, passati i primi anni o i primi decenni di rigore mistico-guerriero, venissero a loro volta riassorbiti nell’atmosfera di equilibrata convivenza tra etnie e religioni diverse che della penisola iberica musulmana era – con alcune fasi diverse, certo – una caratteristica quasi costante e ricordata da tutti gli studiosi. Parlare della Spagna come “testa di ponte” di un islam unitario che non c’è mai stato e quindi di una Reconquista come “fatale” necessità, oppure dei Moriscos come possibile tramite di nuove invasioni, è francamente molto affrettato: equivale a far del determinismo un po’ grossolano per un verso, dell’ucronia poco convincente per un altro. Nel promettere una maggior prudenza nel futuro, mi permetterei di consigliarne altrettanta anche a chiunque trattasse argomenti di questa complessità. Sulla penisola iberica musulmana gli storici lavorano intensamente e un faticoso aggiornamento continuo è necessario: consiglio al riguardo la consultazione degli Atti del convegno dell’Escorial pubblicati nel 1994 da Horacio Santiago-Otero (Brepols) ed essi stessi già invecchiati. Dal canto mio, credo di aver usato toni equilibrati – e per nulla “autoflagellatori”: sport che non amo – in Europa e Islam (Laterza), sul quale apprezzerei il parere di un interlocutore intelligente come Leoni.
Saluti cordiali,
Franco Cardini
Grazie delle precisazioni, professor Cardini, notiamo con piacere che un’analoga (e successiva alla presente) sua missiva è stata recentemente stimata anche dal dottor Paolo Mieli sul Corriere della Sera, felicitazioni per i ripensamenti, complimenti per i toni più equlibrati raggiunti, cordialità dalla direzione e, qui di seguito, “il parere di un interlocutore intelligente come Leoni”.
Caro Direttore,
non merito davvero l’onore di essere amabilmente sfottuto dal professor Cardini, del quale ho studiato con gusto almeno una decina di opere, tra cui Europa e Islam. Non elenco i due o tre calcetti nelle gengive che mi ha rifilato tra un complimento e l’altro, ma posso dire che anch’io so quello che dico, proprio perché, sapendo poco (e quasi esclusivamente di storia militare), dico poco per non essere smentito. A tale proposito confermo quanto già espresso dal Gasparri, e cioè che Poitiers «non fu una vittoria decisiva, come talvolta si è scritto: i musulmani saccheggiarono Arles e Avignone tre anni più tardi e tennero la regione di Narbona ancora più a lungo (fino al 759) ma il pericolo rappresentato dalla nascita di una potenza musulmana fu sventato». La citazione è tratta dal Dictionary of the middle Ages (1987) confermata dal Dizionario enciclopedico del Medioevo (1998): una pubblicazione, questa, più recente degli atti del convegno dell’Escorial. In definitiva, ritengo che all’origine di tante discussioni vi sia un problema (comune a me e all’insigne) di spazio; persino io so che almoravidi e almohadi non sono sempre stati feroci guerrieri ma come si fa a scriverlo quando si lavora di bisturi su pezzi sempre troppo lunghi? Lo stesso deve essere per il professor Cardini perché, essendomi assai superiore, non solo sa sempre quello che dice, ma sa anche quello che non dice, altrimenti avrebbe precisato che il dominio musulmano nel sud della Francia non si prolungò per due secoli ma solo fino al 759, per quanto si segnalarono ancora numerose scorrerie. Tutto questo a meno che per “presenza” non si intenda quella dei predoni saraceni a Frassineto, covo distrutto nel 970 ma, anche in questo caso, credo che la mancanza di spazio abbia impedito ogni dovuta precisazione. Quanto alla questione di El Andalus come testa di ponte islamica in Europa (nonostante la secolare convivenza tra fedi e culture cui giustamente accenna il Cardini: ma la storia, si sa, è complessa) basterebbe considerare la composizione dell’esercito musulmano alla battaglia di Las Navas di Tolosa così come descritta in Historia de Espana del Quesada, edito nel 1998 (ma, forse, anche quest’opera è già invecchiata). Del resto non posso nemmeno citare tutti gli autori consultati per La croce e la mezzaluna, un libro che avrei comprato sicuramente, se solo il professor Cardini l’avesse scritto.
Rinnovo immutata stima per il professor Cardini, dal quale continuerò a dipendere, come il capillare dall’aorta, come il divulgatore dal ricercatore.
Alberto Leoni
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