Nubi a est sull’allargamento dell’Unione
Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Slovenia e Ungheria sono i paesi ex comunisti che dal primo maggio faranno parte della Ue. Visti gli straordinari risultati in termini di partecipazione (mediamente il 65% degli aventi diritto) e di consenso raggiunto, i referendum del 2003 hanno confermato che a volere l’allargamento sono le popolazioni. Con il passare dei mesi però ha cominciato a diffondersi un certo euroscetticismo, in realtà già percepibile in occasione delle consultazioni – specialmente per i paesi più piccoli che non si sono mai fatti troppe illusioni circa il peso che avrebbero assunto a Bruxelles. Il timore che il gioco non valga la candela è emerso soprattutto quando i nuovi membri hanno capito che difendere i propri interessi non sarebbe stato facile per via della riluttanza dei 15 nel rinunciare ai privilegi acquisiti. Emblematico un recente sondaggio compiuto da GfK in Ungheria, dove il “sì” alla Ue aveva ottenuto l’84% dei voti: l’87% degli intervistati crede che con l’ingresso nella Ue i prezzi aumenteranno, il 63% che accelererà lo sviluppo economico, il 61% che prevarranno i grandi paesi, il 58% che la burocrazia si appesantirà, solo il 40% che la disoccupazione diminuirà; l’85% invece pensa che ci saranno più opportunità per viaggiare e studiare. Sono scettici i lavoratori più anziani, gli statali e i contadini, per i quali entrare in Europa per adesso significa solo contribuire, mentre per ricevere nella misura sperata occorrerà far valere le proprie esigenze. I piccoli e medi imprenditori hanno paura della burocrazia. I giovani invece sono i più positivi, perché l’eliminazione delle frontiere permetterà loro di muoversi e dilaterà l’afflusso di capitali esteri.
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