OCCASIONE MANCATA

Di Cominelli Giovanni
07 Aprile 2005
ALTRO CHE "PATRIA PERDUTA": LA PASTICCIATA RIFORMA COSTITUZIONALE VOTATA AL SENATO NON REALIZZA NESSUNA SERIA FORMA DI FEDERALISMO E CONFERMA L'ITALIA DELLE CORPORAZIONI VOLUTA DALLASINISTRA

La patria perduta: così il Corriere della Sera titola l’editoriale di Galli della Loggia, estrapolando dal testo, a commento della riforma costituzionale approvata dal Senato la settimana scorsa. Tra tutti gli articoli sull’argomento questo merita la palma del lirismo apocalittico. Quella della razionalità non partigiana toccherebbe a Augusto Barbera, costituzionalista vicino alla Fed. Opinion leader e politici (della Fed) hanno lanciato l’allarme sull’unità nazionale a rischio, sulla dittatura prossima ventura del premier – anche di Prodi, se mai dovesse vincere – sulla perdita di poteri del Presidente della Repubblica.
Barbera ha risposto sul Riformista a tutti gli apocalittici, mostrando che i rischi sono esattamente opposti: la riforma corregge centralisticamente il federalismo del progetto originario del centro-sinistra, il premier rischia la paralisi, il Presidente della Repubblica rafforza i propri poteri. Qui vorremmo riflettere sulle cause di reazioni così scentrate e scomposte, scavando dietro le strumentalità politiche contingenti.
Qual è la configurazione della democrazia italiana, forgiata nel corso della Prima repubblica, a partire dalla Costituzione elaborata da uomini e culture politiche dei primi decenni del Novecento? Si tratta di una democrazia a dominanza rappresentativa e a governo debole. Il Legislativo vale l’80 per cento, l’Esecutivo il 20 per cento. La scelta dei Padri costituenti, appena usciti dal fascismo e già attraversati dalla cortina di ferro, fu di costruire pesi e contrappesi tali da paralizzare la funzione di governo. Scelta efficace, se è vero che i governi della Prima repubblica duravano mediamente nove mesi. Il vuoto di governo fu riempito, inevitabilmente, da poteri vari: dai partiti – che ancora attendono una legge di regolazione, prevista dalla Costituzione tanto retoricamente difesa quanto inapplicata – dallo Stato amministrativo centralistico, dalle potenze sociali. Vittime di questo equilibrio dell’impotenza i cittadini-sudditi: tutorati dai partiti – involuti in oligarchie di potere – oppressi dall’amministrazione pubblica, emarginati dagli interessi densi e organizzati, legali e illegali. Dopo il 1989 l’insorgenza leghista, le pulsioni giustizialiste, il movimento referendario hanno fatto saltare il sistema politico della Prima repubblica. Ma la modesta risposta dei partiti è stata una mediocre legge elettorale maggioritaria al 75 per cento, che ha solo scalfito il potere di partiti rinati sotto altri nomi, ma non ha generato un accumulo sufficiente di forze per far saltare la costituzione materiale corporativa della democrazia italiana. Il governo è rimasto debole. Dopo il fallimento della Bicamerale, l’Ulivo approvò a pochi giorni dalla fine della legislatura, con la maggioranza di tre voti, alcune modifiche al titolo V della Costituzione. L’opposizione, che aveva votato contro, una volta arrivata al governo, ha ripreso in mano di malavoglia – e solo per merito della Lega – il dossier costituzionale, ha corretto la previsione eccessiva di legislazione concorrente tra Stato e Regioni, ha ridotto la portata del federalismo, non ha trasformato il Senato in una Camera delle Regioni, mantiene un premier “travicello”, alla mercè di unità marginali della propria maggioranza. Restano il federalismo scolastico e poco altro. Quello fiscale resta solo una promessa. Il tutto diluito nei tempi lunghi. Poco, benché meglio del nulla che la Fed pone a fondamento della propria opposizione catastrofista. Poco, ma, a quanto pare, sufficiente per scatenare l’opposizione durissima di tutti i potenti interessi offesi: di coloro che campano di denaro pubblico, centralisticamente distribuito, e di coloro che si candidano a rappresentarli e a governare nel loro nome. Costoro difendono la patria dell’assistenzialismo meridionale, della pletora di impiegati pubblici e di pensionati di anzianità, della stampa e della tv finanziate dallo Stato, la patria delle corporazioni.

LA DELEGITTIMAZIONE NON SI ARRESTA
Il quadro è decisamente sconsolante: l’Italia resta prigioniera della gabbia di ferro di una Costituzione scritta con l’inchiostro di vecchie culture politiche, sia per quanto riguarda i valori sia per quanto concerne le istituzioni. Il prodotto finale è una democrazia corporativa, profondamente radicata nel Paese, la conseguenza più durevole è l’impossibilità di fare riforme. La patria è diventata irreformabile, il sistema politico-istituzionale il più potente fattore di blocco dello sviluppo o, più chiaramente, l’agente del declino. Difficile che in una tale patria si possano riconoscere i cittadini, i giovani, le piccole imprese, i ricercatori, gli immigrati. Difficile che si inverta il processo di delegittimazione della politica.

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