Occhi nostri

Di Tempi
22 Aprile 2004
I nostri occhi italiani

I nostri occhi italiani
Non giocava a fare la spia: voleva solo un buon lavoro, così da metter su casa. Per questo la scelta dell’Irak. E poi, sapete già tutto del buio d’orrore che ha inghiottito Fabrizio.
L’orrore che è proprio dell’umano (non il concetto dell’orrore, la sua rassicurante astrazione o lontananza), di uomini che non hanno più sguardo.
E l’altro è solo un programma, un comunicato che minaccia questa e (speriamo, preghiamo di no) altre morti.
E l’altro è solo l’oggetto avvilito per videotape diffusi ad arte (o non diffusi, come recita l’orribile annuncio di Al Jazira– perché apparentemente di “buon senso”, come se fossero le farfalline rosse della Rai nei film per adulti: «non vogliamo turbare la sensibilità dei telespettatori»).
E l’altro è solo un cappuccio calato sul viso, a non vedere che il sembiante della morte è lo stesso di coloro che ti imprigionano.
Programma, comunicato, minaccia, videotape e maschere: in questa oscena sequenza, Fabrizio, hai inserito la perturbazione della tua stessa vita.
Non c’era retorica in quel tuo uscire dal buio, volevi mostrare solo i tuoi occhi, volevi solo lanciare un ultimo sguardo a quel mistero di male che stava per vincere, a quel mistero di bene che speravi vincesse.
E che ti ha fatto dire che eri italiano di fronte a chi ti uccideva: strana, umile baldanza – che il carnefice non conosce – di appartenere a qualcosa, ad una terra, ai volti di qualcuno.

Il peso terribile (e struggente) del mondo, il corpo e il cuore che si offrono senza soste, gli occhi grati per il dono dei boschi ed i monti. Ne aveva bisogno il Papa e così si spiega la sua breve gita sugli altipiani del Lazio. Una passeggiata, il riposo sotto una tenda. Poi – ci vuole davvero bene – è tornato fra noi, nella valle.

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