Occupazione: profeti di sventura smentiti dai fatti

Di Tempi
22 Marzo 2000
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“Per la prima volta nella storia la massa degli esseri umani non è più materialmente necessaria”. “Sin dall’inizio, la civiltà è stata strutturata, in larga parte, attorno al concetto di lavoro. Ora, per la prima volta, l’attività dell’uomo viene sistematicamente eliminata dal processo di produzione”. Così parlano i profeti di sventura della globalizzazione, le Vivianne Forrester (autrice nel ’96 di L’Orrore economico) e i Jeremy Rifkin (autore nel ’95 de La fine del lavoro), che dai loro antri rispettivamente francese e americano emettono il loro fosco responso sull’economia che è e che sarà: le nuove tecnologie e la concorrenza a livello planetario distruggono i posti di lavoro.

Ma si tratta di vaticini palesemente falsi, anche quando i libri su cui sono stampati vendono decine di migliaia di copie. Li ha smascherati Mauricio Rojas, economista svedese di origine cilena, nelle pagine di un libretto smilzo ma implacabile apparso in italiano, per le edizioni Carocci, sotto il titolo Perché essere ottimisti sul futuro del lavoro – Quattro argomenti contro i profeti di sventura Cosa dice in sostanza Rojas? Che la globalizzazione e la new economy, lungi dal distruggere posti di lavoro, ne hanno creato dei nuovi; e che non è vero che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro siano precari e sotto pagati. Per spiegarlo gli bastano un paio di dati. Questi: fra il 1980 e il 1994 il numero di posti di lavoro nel mondo, non che diminuire o restare stazionario, è aumentato di 630 milioni di unità; negli Stati Uniti, dove fra il 1983 e il 1995 sono stati creati 24 milioni di nuovi posti di lavoro, 7 posti su 10 dei nuovi creati hanno una retribuzione superiore a quella mediana.

Nelle tabelle che riportiamo in pagina lo stato delle cose è ancora più chiaro. La prima, di fonte Ocde, mostra la crescita media annua dell’occupazione nei paesi industrializzati lungo un arco di 18 anni (e l’Italia è fra i pochi a rimediare una brutta figura). La seconda, tratta dal libro di Rojas, mostra il grande incremento occupazionale dei paesi industrializzati extra Unione Europea, e quello, molto più modesto, di quest’ultima nell’arco del ventennio fra il ’75 e il ’95. Sulle ragioni delle modeste performance di Italia e Unione Europea vi abbiamo già altre volte intrattenuto.

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