Odiati alleati

Di Rodolfo Casadei
29 Novembre 2007
Insieme hanno abbattuto Menghistu, oggi sono nemici. Il fautore della vecchia alleanza spiega le ragioni di Addis Abeba.Dopo sette anni di tregua Etiopia ed Eritrea si preparano a un nuovo conflitto armato

Se ne parla poco, ma da settimane sull’Africa pende la spada di Damocle di una rinnovata guerra fra Stati: da un momento all’altro potrebbero riaprirsi le ostilità fra Etiopia ed Eritrea, che fra il 1998 e il 2000 causarono l’olocausto di circa 100 mila uomini, quasi tutti soldati dei due eserciti contrapposti. La settimana scorsa l’Africa compariva sui media con due notizie, una buona e una cattiva. Quella buona, eccessivamente enfatizzata, riguardava i positivi risultati economici dell’ultimo decennio: mentre nel periodo 1975-1985 l’Africa sub-sahariana ha conosciuto la peggiore recessione dell’era post-coloniale e nel decennio 1985-1995 la stagnazione, i 10 anni che vanno dal ’95 al 2005 hanno visto invece un tasso medio di crescita del Pil continentale in linea con quello mondiale: più 5,4 per cento all’anno. Peccato però che questa crescita appaia modesta quando la si raffronta all’aumento della popolazione: il Pil pro capite non è cresciuto che dell’1,88 per cento nel decennio fortunato, troppo poco per una regione dove il 40 per cento della popolazione continua a sopravvivere sotto la soglia della povertà assoluta.
La notizia cattiva riguardava la discesa agli inferi della Somalia, mai ripresasi dalla caduta del regime di Siad Barre nel 1991. A Mogadiscio i combattimenti infuriano fra le truppe lealiste del governo di transizione, appoggiate da un corpo di spedizione etiopico, e i ribelli jihadisti e delle Corti islamiche, con centinaia di morti. Gli sfollati, secondo l’Alto commissariato Onu per i profughi, sono ormai un milione su 7 milioni di abitanti. Ma una crisi ben più grave sta addensandosi nella regione adiacente: alla fine del mese si scioglie ufficialmente la Boundary Commission, la commissione indipendente sotto l’egida delle Nazioni Unite incaricata di dirimere la controversia di confine che, formalmente, aveva scatenato la guerra etiopico-eritrea del 1998-2000. La sua proposta di soluzione non è andata in porto, secondo quanto i commissari affermano, per ostacoli creati dall’Etiopia: i due paesi in conflitto si erano impegnati ad attenersi al responso della commissione, ma una volta saputo che la contesa cittadina di Badme sarebbe stata assegnata all’Eritrea, Addis Abeba ha subordinato la sua adesione alla demarcazione del confine decisa dall’Onu ad altri negoziati su altre questioni bilaterali etiopico-eritree. Nel frattempo 100 mila elementi delle migliori truppe eritree, con artiglierie e mezzi corazzati, hanno occupato la zona cuscinetto fra i due paesi larga 25 chilometri che era stata istituita nel 2000 dopo la tregua e che doveva restare smilitarizzata sotto la supervisione di caschi blu dell’Onu. Dall’altra parte anche l’Etiopia ha ammassato 100 mila uomini fra i meglio armati del suo esercito. Basta un niente perché il sanguinoso conflitto di fine anni Novanta veda iniziare il suo secondo tempo, anche perché ciascuno dei due governi è convinto che l’altro si trovi in un momento di estrema difficoltà politica e militare e che perciò si debba approfittare della sua debolezza.
«In realtà noi etiopici accettiamo incondizionatamente le decisioni della commissione, compresa in linea di principio l’assegnazione di Badme, ma vogliamo che siano implementate attraverso il dialogo. L’effettiva demarcazione sul terreno con posti di frontiera può avvenire solo attraverso un dialogo». A parlare è Sebhat Nega, uno degli esponenti di più alto profilo del governo etiopico, che di passaggio a Milano ha concesso un’intervista esclusiva a Tempi. Che si tratti della guerra in Somalia o del fallimento del negoziato sulla frontiera con l’Eritrea, l’Etiopia è normalmente presentata come il villano della situazione. In realtà il quadro è più in chiaroscuro. Che l’Etiopia stia facendo ostruzionismo è indubitabile, ma è altrettanto vero che la crisi regionale è determinata da molti altri fattori. «Non dimenticatevi che i primi ad attaccare sono stati gli eritrei: questo l’ha riconosciuto anche la Claim Commission delle Nazioni Unite. Il pericolo di una ripresa degli scontri può venire solo dalla loro parte: non sarà l’Etiopia a ricominciare la guerra, questo possiamo garantirlo. Ma non siamo sicuri che il governo eritreo non voglia provocare una guerra, anzi: il loro atteggiamento costantemente provocatorio e aggressivo fa pensare che questa sia la loro volontà. In questi anni l’Eritrea ha usato la forza nelle controversie con tutti i suoi vicini: non solo con l’Etiopia, ma con Sudan, Yemen e Gibuti. Forse rinunceranno ai loro progetti bellicosi, ma solo perché conoscono la nostra forza militare e sono coscienti della loro debolezza».

Quando il fronte era comune
È significativo che a dire queste cose sia uno degli artefici della storica alleanza fra tigrini ed eritrei che nel 1991 portò alla caduta del regime del Derg di Hailé Mariam Menghistu, il dittatore comunista fedelissimo di Mosca che dall’allora Unione Sovietica ricevette una quantità sterminata di armamenti. Sebhat Nega è stato per dieci anni, dal 1979 al 1989, il presidente del Fronte popolare per la liberazione del Tigray (Fplt), il movimento guerrigliero che nel 1975 prese le armi per combattere l’ipercentralista regime di Menghistu in nome dell’autodeterminazione dell’omonima regione. In seguito l’Fplt maturò ambizioni nazionali e diede vita a due alleanze parallele in funzione anti-Menghistu: una con gli eritrei del Fronte popolare per la liberazione dell’Eritrea (Fple), cui promise la concessione dell’indipendenza dell’Eritrea per la quale combattevano se avessero appoggiato la lotta dell’Fplt, l’altra coi movimenti di lotta armata delle altre etnie etiopiche che non amavano il regime del Derg. Da quest’ultima è nato nel 1991, al momento della caduta di Menghistu, il Fronte democratico rivoluzionario popolare etiopico (Eprdf nell’acronimo inglese) che tuttora governa il paese dopo aver vinto le controverse elezioni politiche pluraliste del 2005 (l’opposizione accusa gravi brogli) che hanno confermato il primo ministro Meles Zenawi. Originariamente il Tplf era marxista-leninista e contrapponeva all’Unione Sovietica il modello dell’Albania di Enver Hoxha. Salito al potere in coalizione con altri tre partiti che hanno dato vita all’Eprdf, ha rapidamente mutato i suoi orientamenti in favore dell’economia di mercato, anche se gran parte delle attività restano sotto il controllo del governo e le grandi imprese sono capeggiate da ex leader politico-militari. Oggi Sebhat Nega è presidente del Consiglio di amministrazione di Effort, una corporation che gestisce 43 imprese dei più diversi settori industriali creata con le finanze di cui il Fplt disponeva al momento della sua vittoria militare, e parla come un capitalista convinto: «La Costituzione riconosce l’economia di mercato, il governo considera il settore privato strategico per lo sviluppo del paese e gli investimenti esteri sono incoraggiati. L’Etiopia è una delle economie più favorevoli all’iniziativa privata del mondo».
Ma quello che si vorrebbe sapere da uno come lui sono le ragioni dell’inimicizia mortale sorta fra antichi alleati: «La controversia fra i due paesi non è solo sui confini. Tre mesi prima di attaccare, l’Eritrea aveva dichiarato che la questione della frontiera non era importante. Ci sono molte altre cose. L’Eritrea ha creato la sua propria moneta, la nakfa, e poi pretendeva di scambiarla con la nostra alla parità di 1 a 1, di effettuare i suoi investimenti in Etiopia con quella moneta e di godere della libera circolazione di persone e merci fra i due paesi. Non abbiamo accettato perché non era nei nostri interessi, e la situazione è precipitata».

Sostegno ai nemici dei nemici
È precipitata a tal punto che oggi ciascuno dei due governi è impegnato a far cadere l’altro, ma è soprattutto quello eritreo che si distingue per il suo attivismo. Dopo lo scoppio della crisi nel 1998 si è dedicato a fornire armi, denaro e sostegno politico a tutti gli avversari di Addis Abeba: al Fronte di liberazione Oromo che combatte per prendere il controllo dell’Oromia, una regione meridionale dell’Etiopia; al Fronte nazionale di liberazione dell’Ogaden, la regione etiopica abitata da popolazione somala che la Somalia da sempre rivendica; all’Unione delle Corti islamiche (Icu) di Mogadiscio e in particolare alla fazione Shabaab, che hanno nel loro programma la ricongiunzione dell’Ogaden alla Somalia. Quest’ultimo terminale spiega l’intervento dell’esercito etiopico in Somalia nel dicembre 2006, che restituì al controllo del governo federale transitorio la città di Mogadiscio, fino ad allora tenuta dalle milizie islamiche dell’Icu. «Siamo costretti a mantenere le nostre truppe nella capitale somala perché i paesi che dovevano fornire i caschi blu per stabilizzare la Somalia non hanno fatto tutti il loro dovere», afferma Nega. L’Etiopia, per parte sua, appoggia un movimento antigovernativo eritreo armato: il Fronte democratico rivoluzionario eritreo. Alla domanda se, in caso di ripresa della guerra, l’Etiopia si limiterà a respingere l’esercito eritreo o cercherà di far cadere il governo di Asmara, la risposta di Nega è inquietante: «I giorni di questo governo eritreo sono contati, manca poco alla sua fine. Noi siamo interessati solamente a neutralizzare il loro esercito. Il futuro dell’Eritrea dipende dagli eritrei: noi rispettiamo la loro indipendenza, ma è chiaro che i governi stanno in piedi o cadono per i loro meriti e demeriti. Tocca al popolo eritreo decidere se mantenere l’attuale governo o abbatterlo».

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