Offendi Maometto e sei morto

Di Eid Camille
14 Settembre 2006

La vicenda del giornalista sudanese Mohammed Taher Ahmed, rapito da uomini armati poi ritrovato decapitato perché accusato di aver pubblicato articoli offensivi su Maometto, ripropone una questione fondamentale: in vari paesi islamici non è sufficiente sottrarsi al braccio dello Stato (un tribunale aveva prosciolto Ahmed). Qualora lo Stato non intervenga, alcuni musulmani ritengono che sia un loro dovere religioso farlo, un “dovere” che arriva anche all’uccisione del colpevole. È una sorta di giustizia privata amministrata per conto di Allah. Ne sapeva qualcosa il premio Nobel recentemente scomparso Nagib Mahfuz, sfuggito nel 1995 a un attentato ordito da un gruppo radicale per la stessa accusa. Ne sapeva pure l’intellettuale egiziano Farag Foda, ucciso nel 1992. Al processo dei suoi assassini, un esponente dell’università islamica di Al Azhar, lo sceicco Mohammed Al Ghazali, aveva dichiarato che l’esecuzione dell’apostata è un obbligo per ogni musulmano quando lo Stato non adempie tale dovere. Al di là della questione della libertà di opinione, questi esempi di “giustizia” rischiano di propagarsi anche in Occidente. Lo dimostra il caso di Hina, la ragazza pachistana uccisa dal genitore perché “poco islamica”. Emblematico anche quello di un’altra ragazza pachistana che risiedeva in Inghilterra. I genitori, dopo avere scoperto che teneva una copia del Vangelo nella sua camera e che frequentava una chiesa, l’hanno mandata “in vacanza” in Pakistan. Tre settimane dopo, le sue amiche che hanno chiesto di lei sono state informate che è “scivolata” mentre passeggiava di notte sul ciglio di un fiume e ha perso la vita.

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