Ogm, la lezione tedesca
C’ è un ministro a Berlino. Ed è Verde e non è contrario agli Ogm (Organismi geneticamente modificati). Anzi. Renate Kuenast, il ministro per i consumatori e per l’agricoltura, alla domanda del giornalista del Berliner Zeitung se se la sentisse di escludere rischi per i consumatori di Ogm, ha risposto che «allo stato attuale non esiste nessun indizio di pericolo: l’Unione europea prima di concedere qualunque autorizzazione esamina se esistono pericoli per la salute. Finora gli scienziati non hanno trovato nulla». Così il governo socialdemocratico tedesco è pronto a varare una legge che consenta la produzione e la vendita di mais geneticamente modificato. Per la Kuenast, la legge «è un successo» perché «per la prima volta offre ai consumatori il diritto di scelta». Ad aprile entrerà in vigore in Europa l’obbligo di etichettare i prodotti, ad ottobre «questi – prosegue il ministro – li ritroveremo sugli scaffali dei supermercati europei». Ergo «ci siamo accordati per far varare a febbraio la legge dal Consiglio dei ministri e con ciò applicheremo la norma sulla liberalizzazione dell’Ue. Faremo in modo che ogni consumatore possa riconoscere i prodotti che contengono Ogm». Il sillogismo “alimentare” non fa una grinza, ma così non devono pensarla gli ambientalisti nostrani. L’ultima notizia, in ordine di tempo, è il disegno di legge presentato in commissione agricoltura del Senato da Loredana De Petris (Verdi) e Tommaso Coletti (Margherita) «contro il vino di Frankenstein».
Nel mondo cresce il biotech
Intanto, un rapporto presentato nelle Filippine il 14 gennaio dall’Isaaa (International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications) ha dimostrato che nel 2003 la superficie coltivata a piante Ogm è salita del 15% rispetto all’anno precedente, arrivando a 67,7 milioni di ettari, per un valore di mercato di oltre 4 miliardi di dollari. Cifre in difetto secondo gli studiosi, in quanto vi è «una stima provvisoria riguardante 3 milioni di ettari di soia Ogm coltivata in Brasile, paese che nel 2003 ne ha per la prima volta consentito la semina» (ma il Presidente carioca Lula non era un “no global”?). Secondo il rapporto sono cresciuti a quota 7 milioni gli agricoltori in 18 paesi che utilizzano sementi Ogm rispetto ai 6 milioni in 16 paesi registrati nel 2002. E, ai classici produttori di Ogm quali Stati Uniti, Argentina, Canada e Cina, si sono aggiunti Brasile e Sudafrica, che hanno registrato incrementi di un terzo delle superfici rispetto al 2002. Ma anche paesi come Australia, India, Romania e Uruguay hanno coltivato superfici geneticamente modificate superiori ai 50mila ettari. Significative paiono le situazioni di Romania e Uruguay. Nel paese europeo la superficie di soia Ogm è aumentata del 50%, raggiungendo i 70mila ettari, mentre l’Uruguay ha triplicato la propria produzione, che ha così raggiunto i 60mila ettari. E per la prima volta in Asia le Filippine hanno prodotto 20mila ettari di mais bt. Sempre secondo il rapporto, a livello globale il valore di mercato dei prodotti Ogm dovrebbe passare dai circa 4,5 miliardi di dollari di quest’anno agli oltre 5 miliardi entro il 2005.
Tolleranza zero? Non esiste ed è solo “dimostrativa”
Mentre nel mondo cresce la produzione di Ogm, in Italia sono invece da registrare ancora episodi di chiusura. Il 12 gennaio ad Ancona il Wwf e l’Amab (Associazione marchigiana agricoltura biologica) hanno inviato una lettera ai consiglieri della Regione in vista della votazione in Consiglio regionale della proposta di legge sugli Ogm per scongiurare la possibilità di coltivazioni transgeniche: «Si chiede con forza che l’eventualità venga cancellata, per sgombrare il campo, in maniera chiara e definitiva, da ogni ipotesi di utilizzo di Ogm nelle Marche». Perché, scrivono gli ambientalisti, «le conseguenze negative di una diffusione illegale di Ogm sarebbero incalcolabili». Ma è possibile la tolleranza zero? In estate il presidente della Regione Piemonte, Enzo Ghigo, aveva fatto distruggere centinaia di ettari di mais transgenico. Il 13 gennaio la Confederazione Italiana Agricoltori (Cia) ha però denunciato che «la Regione Piemonte vuole recitare il ruolo di prima della classe nella battaglia per la tolleranza zero, ma non ha assunto iniziative all’altezza dell’obiettivo che vuole raggiungere». Il piano prevede 60 campionamenti per 6mila tonnellate di sementi di mais, cioè «un campionamento – dicono alla Cia piemontese – ogni cento tonnellate di sementi. Siamo davanti ad un piano di controlli regionale solo dimostrativo».
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