A ognuno il suo
C’è l’intellettuale dura e pura, che nella Berkeley progressista degli anni Ottanta cerca di tirar su il suo maschietto secondo i dettami dell’educazione non sessista: niente armi in casa, né in quelle degli amici, e neppure nel negozio di giocattoli del quartiere. Eppure il piccolo coglie ogni occasione per giocare alla guerra, e appena scoperto l’uso del telecomando prende a inseguire i programmi «dove si spara». Finché una volta, dentro un grande emporio di giochi, si lancia verso lo scaffale delle armi. «Quando la madre riuscì a raggiungerlo, il bimbo alzò lo sguardo verso di lei e le disse dolcemente: “Mamma, non guardare. Queste sono pistole. A te le pistole non piacciono, ma a me sì. Quindi le guardo io”». C’è la studentessa emancipata che dichiara pubblicamente di cercare un marito disposto a fare la “moglie”, così da potersi dedicare liberamente alla carriera; ma che, quando il professore le chiede come mai legga tanti romanzi d’amore, con eroina e principe azzurro, risponde candida: «Molte delle cose che faccio non hanno nulla a che vedere con le cose che proclamo all’università».
C’è, più tragicamente, la a suo tempo celebre ma poi rimossa storia di David, privato da piccolissimo del pene per una operazione mal riuscita, allevato come una bimba – vestitini, bambole e tutto il resto – e “curato” con massicce dosi di ormoni femminili, per diventare Brenda. Quanti sostenevano la tesi che le differenze di comportamento tra maschi e femmine fossero solo culturali esultarono per quella che consideravano una prova schiacciante; poi la dimenticarono. In seguito “Brenda” venne rintracciato da ricercatori più scrupolosi: scoprirono che già all’asilo prediligeva giochi violenti e di movimento, poi imitava il padre che si radeva e voleva urinare in piedi; a 14 anni aveva deciso che sarebbe stato un maschio, aveva scoperto la sua storia, si era fatto ricostruire l’organo maschile, lavorava in un mattatoio, si era sposato e aveva adottato tre bambini. Saltò fuori che altri ragazzi in situazioni simili avevano avuto reazioni analoghe. David si è suicidato il 4 maggio 2004.
Gli artefatti sociali non c’entrano
Naturalmente, nel libro di Steven E. Rhoads, professore di politica economica all’università Charlottesville, Virginia, non ci sono solo casi esemplari. Anzi, come ogni libro d’un accademico americano che si rispetti è pieno di riferimenti a studi e ricerche compiuti con tutti i crismi della scientificità su campioni di popolazione di ogni tipo e varietà. E tutti convergono verso un unico risultato: le differenze di comportamento fra maschi e femmine della specie umana hanno una base biologica. Le teorie del femminismo radicale anni Settanta, quelle secondo cui le diversità dipendono tutte dall’educazione (chi non ricorda Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine?) sono andate a gambe all’aria. E non per opera di vecchi maschi reazionari: «In maggioranza gli scienziati che si occupano di ricerche provocatorie e innovative sulle preferenze dei due sessi sono donne. Le ragioni di ciò sembrano due: in primo luogo, gli uomini sono restii a pubblicare qualsiasi risultato che rischi di suscitare accuse di discriminazione sessuale. In secondo luogo, sembra che certe ricercatrici fossero sospettose nei confronti del lavoro di cui si occupavano colleghi uomini; queste donne dicono di essersi fatte coinvolgere perché ritenevano che i colleghi non stessero svolgendo una ricerca seria sulle donne. Quasi tutte si definiscono femministe o almeno simpatizzano con gli obiettivi femministi. Inoltre molte di queste ricercatrici hanno iniziato i loro studi convinte che le differenze tra i sessi fossero minime e che fossero le forze sociali a produrre quelle esistenti. Diane Halpern voleva dimostrare che ogni differenza di percezione fra i generi fosse il risultato di «pratiche di socializzazione, artefatti ed errori nella ricerca, distorsioni e pregiudizi»: «Dopo aver passato in rassegna una pila di articoli di giornale alta dei metri, numerosi libri e capitoli di libri che facevano sembrare piccola la stessa pila degli articoli, ho cambiato idea. ci sono differenze reali tra i sessi, e in alcuni casi piuttosto grandi, per quanto concerne certe capacità cognitive. Senza dubbio, le abitudini sociali sono importanti, ma ci sono anche valide prove che le diversità biologiche abbiano un ruolo».
Una provocazione notevole in tempi di egualitarismo militante. «È un libro un po’ antifemminista», commenta schietta Eugenia Roccella, figlia d’uno dei fondatori del Partito radicale, femminista di antica data ora approdata alla difesa della femminilità in tutti i suoi aspetti, a partire dalla maternità. Che poi precisa: «Bisogna stare attenti a non leggerlo come un attacco al femminismo. Anche perché “femminismo” è un termine che ingloba un universo complesso. C’è il femminismo dell’omologazione, quello delle quote 50 e 50, dell’affirmative action (cui non basta che le leggi riconoscano pari opportunità, ma vuole che promuovano attivamente una pari presenza delle donne in tutti gli aspetti della vita). È quello che agisce a tutti i livelli, dall’Onu in giù, perché il termine “sesso” sia sostituito da quello di “genere”, con l’idea che il genere sia qualcosa che ciascuno si costruisce liberamente, indipendentemente dall’identità sessuale che è iscritta nel corpo. Ed è una posizione che in realtà svalorizza la donna, perché nega tutto ciò che la caratterizza – la maternità, l’etica della cura, degli affetti, eccetera – per appiattirla su un modello maschile. Certo, il libro di Rhoads va nella direzione di questa valorizzazione della differenza; anche se non manca qualche venatura misogina».
«È un libro tipicamente americano – aggiunge Lucetta Scaraffia, docente all’università di Roma 3, esperta di storia delle donne – tende a fare l’apologia del suo punto di vista. E questo lo porta a trascurare un paio di punti importanti». E cioè? «Il primo è il problema dell’indefinitezza sessuale: è vero che ci sono persone che non sono chiaramente maschio o femmina; ed è un problema che, anche se non può essere usato per dire che allora non ci sono differenze, non si può ignorare. Il secondo è l’assenza di una dimensione storica. Le donne da sempre sono state vittime della differenza biologica; è comprensibile che quando hanno cominciato ad affermare se stesse siano cadute nella tentazione di volerla annullare, di voler adeguare la femmina al maschio. Ma oggi accanto a questo femminismo diciamo dell’uguaglianza ce n’è uno della differenza, che lotta per valorizzare la specificità femminile. Il suo limite semmai è che da questa specificità tende a eliminare la maternità. Da questo punto di vista Rhoads dice delle cose interessanti; non nuove per chi si occupa di questi temi, ma è bene che siano divulgate».
Benedetta maternità
«Dire che maschi e femmine sono uguali è un’idiozia – rincara Nicoletta Tiliacos, anche lei femminista di lungo corso e ora prestigiosa firma del Foglio – risale a certo femminismo radicale che potremmo chiamare femminismo di genere: il “genere” sarebbe una variabile indipendente, che ciascuno costruisce mescolando a suo piacimento un po’ di maschile, un po’ di femminile, un po’ di ogni gradazione intermedia.».
Tutte e tre sembrano concordare su un punto: il vero femminismo riconosce, valorizza, rivendica la differenza, esalta la specificità femminile; e vede il suo nemico oggi in quella mentalità diffusa che appiattisce la vita, per uomini e donne, sul modello maschile, lavoro, carriera, successo, considerando lo specifico femminile – «la maternità, la cultura dell’accoglienza, della cura» per dirla con la Roccella – un impaccio da cui liberarsi.
Allora ben vengano – aggiungiamo – anche le ricerche di Rhoads, che dimostrano che «la maggioranza delle donne vuole, più di ogni altra cosa, un marito premuroso e dei figli» e che «una divisione del lavoro in cui gli uomini sono fondamentalmente i responsabili del mantenimento della famiglia e le donne responsabili del regno domestico continua a creare coppie felici e solide». Dati alla mano.
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