Onu go home

Di Rodolfo Casadei
10 Gennaio 2008
I kosovari amano gli Stati Uniti che li hanno liberati dai serbi e non ne possono più delle Nazioni Unite. Che dopo otto anni lasciano il paese al freddo e al buio, ricco solo di scandali e corruzione

Pristina

Festa grande al freddo, stasera a Pristina. Da celebrare non c’è ancora l’indipendenza, rinviata nuovamente ma promessa per la primavera, bensì la prima star della musica internazionale che ha deciso di venire a gelarsi le chiappe qui nel freezer dei Balcani. Un concerto in notturna all’aperto a 5 gradi sotto zero, in una città di mezzo milione di abitanti dove il tasso di disoccupazione sta fra il 50 e il 60 per cento e lo stipendio medio non arriva a 250 euro al mese, scoraggerebbe qualunque pubblico e qualunque artista. Non 50 Cents, ruvido rapper del Queens che nello squallido stadio incastonato fra le rovine del commissariato di polizia serbo bombardato dalla Nato e il piazzale merci della ferrovia dove venivano concentrati i prigionieri kosovari rastrellati sembra sentire odore di casa. Tanto meno i 25 mila giovani kosovari e balcanici accorsi, rotti a ben altri disagi, che hanno pagato ben più dei 5 euro ufficiali i biglietti, rastrellati nel giro di otto ore dall’inizio della vendita dai bagarini e rivenduti a dieci volte tanto.
Il problema è che a battere i denti per il freddo stasera nella futura capitale del Kosovo non sono solo gli adepti del rap, ma chiunque debba trascorrerci la notte. L’elettricità e il riscaldamento di Pristina, infatti, dipendono da una centrale termoelettrica a lignite del tempo del maresciallo Tito che si trova nella cittadina di Obilic. Composta di due unità, Kosovo A e Kosovo B, fornisce luce e calore non solo a Pristina, ma a quasi tutta la contesa provincia. Però non passa giornata senza che una delle due unità si guasti, oppure tutte e due. Villaggi e cittadine restano senza elettricità e riscaldamento per intere mezze giornate. Pristina per intervalli di una-quattro ore a seconda dei quartieri. Negli hotel e nelle case dei ricchi (pochi) entrano allora in funzione i generatori a diesel, il cui sottile ronzio l’orecchio esperto coglie passeggiando per la città. Questi però restituiscono la luce, non certo il calore, che lentamente si disperde lasciando i termosifoni inutilmente tiepidi e costringendo anche i clienti degli hotel di ogni ordine e grado a indossare in camera guanti, sciarpa e berretta di lana. Stasera Kosovo A e Kosovo B concentrano tutta la potenza delle loro poche unità funzionanti nel tratto di rete che garantisce l’illuminazione dello stadio e delle zone circostanti sorvegliate dalle forze dell’ordine e il riscaldamento del palco del concerto. Tutto il resto della città sprofonda nel buio (tranne gli hotel) e nel gelo (tutti quanti).
Otto anni dopo l’intervento anti-Milosevic della Nato e l’inizio dell’amministrazione del territorio da parte di Unmik, la missione delle Nazioni Unite autorizzata dalla risoluzione 1244/99 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, il Kosovo non appare in grado non diciamo di governarsi da sè, ma nemmeno di riscaldarsi.
«Bella festa, ieri sera, ma la situazione di Pristina e del resto del Kosovo è quella che vedi: dopo otto anni di amministrazione internazionale e istituzioni kosovare provvisorie l’elettricità, il riscaldamento e l’acqua potabile non sono garantite, le scuole fanno 3 o 4 turni al giorno, con bambini che vanno a scuola alle 8 di sera, il 57 per cento della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno e 200 mila famiglie in stato di povertà assoluta (in un paese di poco più di 2 milioni di abitanti, ndr) vivono di assistenza sociale. La gente è delusa ma crede che il giorno dopo l’indipendenza i problemi spariranno! Invece saranno ancora tutti là…». Ilire Zajmi è conosciuta in Italia per il suo libro Un treno per Blace, che racconta in presa diretta la guerra del Kosovo del 1999 e gli eventi che la precedettero. Qui, dopo un’intensa carriera giornalistica nella stampa e nella tivù, è diventata manager di Rtk, il canale pubblico della televisione. Continua a scrivere per la nostra Ansa, ma da quando non è più caporedattrice delle news e in albanese scrive quasi solo poesie, i politici kosovari hanno tirato un sospiro di sollievo. «La nostra classe politica non ha fatto niente per la gente comune. Hanno approfittato delle loro cariche per se stessi: per pagarsi una bella macchina e per trovare un buon lavoro a cugini e parenti». Effettivamente alle elezioni politiche di novembre, che hanno sancito la vittoria del Pdk di Hashim Thaci sull’Ldk del defunto presidente Ibrahim Rugova e dell’attuale Fatim Sejdiu hanno votato soltanto il 42 per cento degli aventi diritto. «Perché dalle precedenti elezioni molti kosovari sono stati costretti ad emigrare all’estero», tenta una giustificazione Memli Krasniqi, giovanissimo neo-deputato 28enne del Pdk, stretto collaboratore di Thaci.

Riciclaggio e minacce
Dopo anni di costosi interventi parziali, le autorità internazionali e quelle provvisorie kosovare hanno lanciato la gara d’appalto per Kosovo C, la terza unità della centrale che dovrebbe quasi raddoppiare la quantità di energia prodotta e che costerà la bellezza di 3 miliardi di euro. Ma su questa come su tutte le gare d’appalto indette negli ultimi anni dall’Unmik e dalle autorità del governo provvisorio (Pisg) infuriano polemiche, denunce di scandali e inchieste giudiziarie. Al punto che il numero due di Unmik, il generale americano Steven Schook, non ha potuto rinnovare la sua nomina essendo finito sotto inchiesta per sospetto favoreggiamento di un consorzio ceco-statunitense, e anche il numero uno, il Rappresentante speciale del segretario generale Onu (Srsg) Joachim Rucker, si è visto sequestrare
l’hard disk del suo computer dagli investigatori dell’Oios, il servizio di sorveglianza interno della missione; stessa sorte toccata ad Alexander Borg-Olivier, il capo dell’Ufficio legale di Unmik, sospettato di abusi che riguarderebbero la gestione dell’aeroporto internazionale.
«La corruzione in Kosovo ha due genitori: uno è l’Unmik, l’altro sono le istituzioni locali. Insieme hanno messo al mondo questo bambino per noi. Quando si parla di corruzione in Kosovo, non si possono fare distinzioni fra i politici locali e le autorità internazionali: quello che c’è l’hanno seminato insieme e insieme hanno raccolto i frutti». Avni Zagiri è una firma storica di Koha Ditore, il più autorevole quotidiano kosovaro, ed il fondatore di Çohu, una Ong dedita alla denuncia della corruzione politico-economica. L’intervista con lui, in un fumoso caffè sulla Pashko Vasa, la via degli hotel rinominata a furor di popolo Luan Haradinaj in omaggio a Ramush Haradinaj, l’ex primo ministro processato all’Aja per crimini di guerra commessi quando era un capo guerrigliero dell’Uck, non comincia nel migliore dei modi. Luan era il fratello caduto in combattimento contro i serbi di Ramush, che è considerato da tutti i kosovari albanesi un eroe di guerra ingiustamente perseguitato. Una delle campagne più importanti di Çohu è stata la denuncia del dirottamento di denaro pubblico affidato alla gestione del governo provvisorio nel fondo di donazioni volontarie costituito per pagare il collegio di difesa di Haradinaj all’Aja. Una perquisizione della polizia presso la sede del partito dell’ex primo ministro e presso la banca dove sono depositate le donazioni ha portato alla scoperta di attività di riciclaggio di fondi illegali. Mentre parliamo un signore si avvicina al nostro tavolo e apostrofa rudemente Avni, che pure è accompagnato da un amico piuttosto robusto. «Purtroppo mi succede spesso», commenta Zagiri. «Da mesi la sera non esco più, nemmeno in compagnia. Sono stufo di insulti e spintoni. Ma le minacce telefoniche, quelle non le posso evitare».
Sapremo poi che il signore su di giri è un collega del presidente del Tra, l’autorità di controllo che gestisce la gara per la concessione al secondo operatore della telefonia mobile. Tre anni fa l’Srsg annullò la gara per gravi irregolarità, ma pochi mesi fa lo stesso personaggio ha potuto condurre in porto la gara e assegnare la licenza a Ipko Net, una compagnia slovena, nonostante le proteste di Çohu che si è appellata inutilmente sia al parlamento che all’Srgs. «Il presidente del Tra ha corrotto i membri sia kosovari che internazionali del comitato di valutazione per ottenere quel che voleva. Adesso sta per firmare un accordo in base a cui le chiamate dal secondo operatore agli abbonati di Valja, l’operatore pubblico, costeranno 15 centesimi di meno della chiamata in senso contrario: l’operatore pubblico sarà distrutto a vantaggio del privato che ha vinto la licenza».

Bandierine a stelle e striscie
Secondo un sondaggio d’opinioni condotto quest’anno dall’Undp le due istituzioni più apprezzate dai kosovari sono la polizia (Kps, formata da 7.300 kosovari sia albanesi che serbi e 1.400 internazionali) e i 16 mila soldati della Nato (Kfor) con la stessa percentuale di consensi: 77 per cento. Invece l’Unmik nel suo complesso (circa 5 mila unità contando anche lo staff kosovaro) e il Pisg portano a casa appena il 29 e il 28 per cento di consensi. La Nato e gli americani sono, per i kosovari albanesi, benefattori a cui si deve gratitudine eterna e la garanzia permanente che le truppe di Belgrado o le milizie delle enclave serbe (i serbi che vivono ancora in Kosovo sono meno di 200 mila) non torneranno. A Pristina la seconda più importante via della città è intitolata al presidente americano che decise l’intervento contro la Serbia: Bulevar Bill Clinton (la prima è intitolata a Madre Teresa). Sul fianco del palazzo che ospita un hotel campeggia una gigantografia del capo di Stato Usa lunga una ventina di metri. Sul tetto di un altro hotel svetta una copia della Statua della Libertà alta una decina di metri. Sul banco di tutte le concierge degli alberghi trovate tre bandierine: quella albanese, quella a stelle e strisce e quella della Ue, oppure la rosa dei venti della Nato. Su tutte le scrivanie dirigenziali nella sede del Pdk (il primo partito) ci sono due bandierine: quella albanese con l’aquila bicipite nera su sfondo rosso e quella degli Stati Uniti. «Per i kosovari albanesi», spiega monsignor Dudë Gjergji, l’amministratore apostolico cattolico del Kosovo «l’intervento della Nato voluto dagli Usa ha puramente e semplicemente salvato la nazione dall’estinzione, che la pulizia etnica progettata da Milosevic avrebbe comportato».
Diverso, molto diverso, il discorso sull’Unmik. «Quella dell’Unmik è un’amministrazione neo-coloniale. I suoi agenti in forza dell’immunità non sopportano le conseguenze dei propri atti e decisioni. Nei loro paesi sono elementi mediocri, ma se vengono in Kosovo riescono a ottenere stipendi doppi di quelli di casa loro, a eludere le tasse, a ottenere lunghi permessi retribuiti e avanzamenti di carriera con poca spesa. Non interagiscono con la popolazione locale. Circolano sui loro Suv e sulle loro jeep come se il Kosovo fosse una giungla del Terzo mondo. Non sono neo-coloniali nel senso che sfruttano le risorse del Kosovo, se non in misura minima, ma nel senso che sfruttano le risorse della comunità internazionale, e soprattutto i soldi di voi contribuenti occidentali». Chi parla così è Albin Kurti, il ragazzo terribile della politica albanese kosovara, fondatore del movimento popolare di protesta radicale Vetevendosje!, che significa “Autodeterminazione”. Kurti è noto come l’unico prigioniero politico Onu del mondo, dopo che Amnesty International è intervenuta sul suo caso: attualmente agli arresti domiciliari, è stato arrestato nel febbraio dello scorso anno al termine di una manifestazione di protesta nel centro di Pristina contro l’Unmik, i negoziati per lo status definitivo del Kosovo e il Pisg nel corso della quale i poliziotti rumeni dell’Unmik hanno fatto fuoco sui manifestanti, alcuni dei quali lanciavano pietre, con proiettili di gomma sparando da distanza ravvicinata. Risultato: due morti e ottanta feriti, alcuni dei quali hanno perduto un occhio.

«Devono andare via»
Kurti rimpalla la responsabilità delle violenze sulla polizia, ma intanto è sotto processo e ha trascorso cinque mesi in un carcere kosovaro di massima sicurezza. In privato, però, molti quadri dirigenti di Unmik danno ragione alle sue valutazioni politiche. «In otto anni Unmik ha fatto tante cose, ma non tutte bene», dice un diplomatico dell’Europa orientale. «Il suo più grande successo è stato la gestione dell’emergenza umanitaria: nell’inverno del ’99 non morì nessuno nonostante sia stato l’inverno più freddo del secolo e le case fossero distrutte. Poi Unmik ha creato dal nulla un sistema di amministrazione potendo contare su pochi kosovari qualificati e nessuna collaborazione da parte della Serbia, che aveva fatto sparire archivi, anagrafi e catasto. Quando poi s’è trattato di gettare le basi di un nuovo stato, lì sono venuti fuori tutti i limiti. Sul piano della cultura della legalità e dell’efficienza economica abbiamo fallito».
«Unmik doveva restare qui un anno, e invece c’è rimasta otto. Doveva amministrare il territorio in attesa della definizione dello status, non trasformarlo in un protettorato Onu o preparare l’indipendenza: non era questa la sua missione», spiega Gashi Krenar, direttore della sede kosovara di Birn, un network di giornalisti investigativi articolato in tutti i paesi dei Balcani occidentali. «Non credevo che qui mi sarei imbattutto in tanti casi di corruzione, truffa e peculato responsabilità di internazionali Unmik delle nazionalità più insospettabili», mi racconta un investigatore britannico dell’Oios. «In questi anni ho intercettato, perquisito e spesso incriminato islandesi, norvegesi, americani, inglesi, irlandesi, ecc. Cose da non credere». Nel caso dei molteplici scandali dell’aeroporto di Pristina e dell’ente delle poste kosovaro (Ptk) persone di vari paesi sono finite in manette, ma a volte i reati non sono dimostrabili. C’è l’investigatore britannico che si occupa delle truffe al Ptk, si dimette, sparisce col faldone delle indagini e riappare, con un grasso contratto di consulenza, come responsabile della struttura interna del Ptk che lotta contro la corruzione. Ci sono i consulenti irlandesi del Kek, l’ente che gestisce l’energia della centrale termoelettrica più pazza del mondo, che riescono a ottenere un contratto dove la rivalutazione del loro compenso è agganciata all’aumento della quantità di energia erogata dall’ente. Usano i fondi del Kek per importare energia ad alto costo dai paesi confinanti e diventano nababbi sfondando il bilancio dell’azienda. Ci sono i tanti internazionali che, quando la gestione di un ente o di un ministero viene trasferita ai kosovari, diventano consulenti dello stesso col medesimo stipendio di prima. Ma le accuse all’Unmik non si fermano qui. Quella più grave è un’altra: «Sono stato in prigione cinque mesi, e dei 30 detenuti che ho trovato 26 erano dei disoccupati. I pesci grossi sono tutti fuori, i poveracci finiscono dentro, e adesso le spiego perché», dice Kurti. «L’Unmik usa il suo dipartimento di giustizia come uno strumento di controllo politico, e non per rendere giustizia. Indagano i politici kosovari, creano grossi dossier di accuse a loro carico, ma non li incriminano mai. Usano i dossier per ricattarli: li costringono a collaborare, ad accettare la finta indipendenza del piano Ahtisaari e tutte le pretese di Belgrado». Poco diverso il discorso di Avni Zagiri: «Quando hanno visto che il mandato dell’Unmik si stava prolungando, i suoi massimi capi si sono fatti il seguente discorso: “Se vogliamo che la situazione non ci sfugga di mano, che non ci siano rivolte e il ritorno della lotta armata, dobbiamo collaborare coi politici kosovari, anche se sappiamo che sono legati al mondo della criminalità”. Ed è quello che hanno fatto».

Li catturemo con la luce
Naturalmente in Kosovo ci sono anche tanti validi e coraggiosi poliziotti e magistrati, locali e internazionali, che fanno il loro dovere. Ma spesso si scontrano con ostacoli tormentosi. Alla vigilia di Natale, per esempio, era pronto l’ordine di cattura per gli autori dell’attentato che nel settembre scorso ha causato due morti e 12 feriti dentro al centro commerciale Besa di Pristina. La mattina dell’operazione, però, il dipartimento di giustizia è rimasto al buio e al freddo per quattro ore, i computer non funzionavano per la solita panne elettrica. E l’atto di giustizia è stato rinviato a tempi migliori.  

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