Ottobre rosso
Molte sono le nubi che si addensano sull’Italia. E non ci conforta sapere che, un po’ ovunque, resta grande la confusione sotto i cieli. Che l’America si avvii al Memorial Day dell’11 settembre con il dito premuto sul grilletto e l’inquietudine in Borsa, o l’Europa a fare da pompiere nei fuochi di guerra in Medio Oriente e in Iraq, ciò non fa che moltiplicare i motivi di preoccupazione su un’instabilità depressionaria generale e persistente che, al fondo, è di natura politica e culturale, nel senso più radicale dei termini, e cioè di “responsabilità per il mondo comune” (politica) e di “coscienza critica e sistematica della realtà” (cultura). Le élite giocano la vita dei popoli in Borsa e si fidanzano tra loro. Il popolo gioca la vita quotidiana e non sa che pesci pigliare in questa palude dell’omologazione che è divenuta l’Italia. C’è in giro un vuoto di orizzonti e di speranze generati da intellettuali che hanno fatto del rancore e del cinismo la merce di obnubilamento delle masse, e ci sono classi dirigenti incapaci di rischio, di responsabilità, di progetto. Che fare? Noi pensiamo che occorra tornare a credere nella politica e a fare la politica in maniera battagliera, dura, ideale. Noi pensiamo che bisogna sbaragliare la cultura di morte che ci sovrasta con arroganza idiota nei piccoli circoli dell’establishment, e che è diffusa, a cascata, in stereotipi e luoghi comuni dai grandi media.
Bisogna che si possa vedere e sostenere gente che se ne sbatte della retorica fine a se stessa, gente che, a partire dall’esperienza, dal buon senso, dal senso condiviso della realtà, cominci a buttare all’aria i castelli dell’ambiguità e mettere in discussione il fatto che politica, cultura, informazione, oggi, in Italia, siano il palcoscenico per una aristocrazia di soubrette o il teatro di destini personali al carro di qualche dio. Bisogna che la politica metta in discussione il quieto vivere con stanza con vista sul Colosseo per non disturbare i manovratori in vista di una ricandidatura nella prossima legislatura. Ci vogliono idee, è chiaro, non basta più il vento della libertà e del cambiamento incarnati nella ledership del Cavalier Silvio Berlusconi. Le elezioni amministrative dello scorso giugno sono là a dimostrare che il popolo non è mica scemo. Non basta più criticare un’opposizione suicida, che discute di cosa farà Cofferati da grande o di Rutelli se andrà mai a lavorare. Sul terreno ci sono questioni gigantesche e precise da affrontare: l’economia che non va bene; il lavoro che esige la tempestiva realizzazione del Patto con i sindacati (provando anche a convincere la Cgil); le riforme della scuola che devono essere difese dalle minacce neo-staliniste; e tutto il resto che rischia di rimanere schiacciato tra l’incudine del governo e il martello di una opposizione che pare non abbia ancora capito l’importanza di guardare a cosa succede fuori da un interno di famiglia Berlusconi. Come si fa a prender di petto i problemi reali e a calci la fiera delle vanità? Ci vogliono uomini, per dio, che finalmente si prendano dei rischi e impegnino la loro umanità, intelligenza, competenze per far rinascere questo Paese. E ci vogliono giornali – lo promettiamo, questo sarà il nostro “Ottobre Rosso” -, che si colleghino alla politica esibendo le prove, i fatti e le storie di quella politica, cultura, economia che non fanno il bene del popolo, ma che lo sfruttano e lo ingannano per costruire la fortuna, l’interesse e il potere di pochi, contro la fortuna, l’interesse e i bisogni delle persone. Quel gruppo di cinquanta parlamentari della Cdl che con coraggio e disinteresse personale hanno sostenuto la nostra inchiesta sulla (pessima) gestione dei giochi in Italia (un affare da decine di migliaia di miliardi), o la singolare amicizia e conseguente collaborazione operativa che si è instaurata tra persone di questo giornale e un gruppo di giovani bertinottiani (ma fuoriusciti da un Prc ben più stalinista e clientelare di quel che piace immaginare ai romantici) rappresenta per noi un interessante precedente di come l’informazione, se collegata alla politica oltre ogni logica di steccati ideologici e dunque diventa passione per la libertà (e non semplicemente per la “libertà di opinione”, ma per la libertà di tutta la vita di tutta la gente) potrebbe diventare una miccia esplosiva per sostenere chiunque abbia davvero a cuore e in opera la lotta per cambiare sul serio l’Italia, umanizzare il mondo.
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