«Oui, i Pacs mi fanno schifo»

Di Arrigoni Gianluca
20 Ottobre 2005
PRODI E GRILLINI VORREBBERO IMPORTARE IN ITALIA I PATTI CIVILI DI SOLIDARIETA'. TRE ESPERTE FRANCESI SPIEGANO PERCHE' E' UN'IDEA FALLIMENTARE E DELUDENTE E PERCHE' NON SI TRATTA ALTRO CHE DI 'PICCOLI MATRIMONI' FRA AMICI (GAY)

Parigi. Agli inizi di settembre Romano Prodi invia una lettera a Franco Grillini, deputato dei Ds e presidente onorario dell’Arcigay. Nella sua lettera Prodi dice a Grillini che si dispiace della «delusione tra quanti, nell’Arcigay, si attendevano uno specifico riferimento ai Pacs già nel breve testo che riassume solo le linee generali del mio programma per le primarie. Voglio perciò rassicurare te e quanti, eventualmente, avessero condiviso un sentimento di tal genere. Da parte mia, come tu stesso ricordi il problema non è stato affatto cestinato. Ma al contrario, troverà certamente soluzione nel programma finale dell’Unione». è con questa lettera che comincia la polemica sui Pacs, che alcuni considerano come il primo passo verso il ‘matrimonio gay’. Come si sa, Prodi ha cercato di rispondere con un lungo articolo sul settimanale cattolico Famiglia cristiana, dove spiega su due pagine di non essere un detrattore della famiglia, e di non avere «mai sostenuto la possibilità di matrimoni tra persone dello stesso sesso». Sarà anche vero, ma la sua lettera Prodi l’ha mandata a Grillini, e in quella lettera si fa un preciso riferimento ai Pacs, e cioè ai Patti civili di solidarietà approvati nel 1999 dalla Francia. Vale quindi la pena dare un’occhiata più da vicino per vedere di che si tratta. Per questo abbiamo chiesto a tre gentili e competenti signore francesi, che all’epoca parteciparono ognuna a suo modo alle discussioni sul Pacs, di spiegarci di che cosa si tratta e a cosa sono serviti (le tre interessanti conversazioni sono disponibili nella versione integrale sul sito di Tempi).

«RARI, INUTILI, SOLO PER OMOSEX»
A Françoise Dekeuwer-Défossez, decana della facoltà di Diritto di Lilla II e specialista del diritto di famiglia, una disciplina sulla quale ha scritto numerosi libri, abbiamo chiesto se i Pacs, in Francia, hanno effettivamente permesso di risolvere i problemi delle coppie di fatto, sia eterosessuali che omosessuali.
«Innanzitutto – risponde – va detto che i problemi delle coppie eterosessuali non sposate sono diversi da quelli delle coppie omosessuali. Nel primo caso non c’è una regola giuridica che possa risolvere problemi come l’assegnazione dell’alloggio in caso di separazione della coppia, del chi si dovrà occupare dei bambini o di come spartirsi i beni, qualora siano stati acquisiti in comune. Non è un caso se in Francia il Pacs esiste da sei anni e se ci sono pochissimi Pacs tra le coppie eterosessuali. è normale, perché il Pacs non ha nessuna utilità per un uomo e una donna che decidono di vivere insieme ma che non vogliono mettere una struttura giuridica attorno alla loro vita di coppia. E il Pacs non serve nemmeno a un uomo e a una donna che desiderano vivere insieme dandosi reciprocamente una protezione giuridica, perchè in quel caso esiste la possibilità di sposarsi, anche solo civilmente. Ogni anno in Francia ci sono all’incirca 300 mila matrimoni, più o meno 30 mila Pacs e tra questi si stima che la metà siano di coppie eterosessuali. Questo vuol dire che la percentuale di coppie eterosessuali non sposate che ha firmato un pacs corrisponde al 5 per cento delle coppie che si sposano».
In Italia esiste un periodo di tempo di qualche anno tra la separazione di una coppia e l’effettivo divorzio. Se nel frattempo si cerca di rifarsi una vita, la nuova coppia non ha nessuna protezione giuridica, e c’è chi pensa che una buona garanzia potrebbe essere fornita da un Pacs alla francese.
Non conosco la legislazione italiana, ma temo che quella speranza non sia che un illusione perché, con il Pacs alla francese, potrebbe benissimo non cambiare niente. Fino a quando infatti il divorzio non è definitivo non è possibile legarsi con un Pacs. Quindi anche in questo caso non servirebbe a niente.
Allora a cosa servono i Pacs?
Si voleva dare a queste coppie una struttura giuridica che permettesse l’organizzazione della loro vita patrimoniale. Questo almeno è quello che è stato detto, ma non è proprio quello che gli omosessuali desiderano. In tutti i paesi nei quali sono stati approvati dei contratti simili al Pacs la tappa successiva è stata la richiesta del matrimonio omosessuale. Ed è logico, se si parte dal principio che la coppia omosessuale deve essere considerata giuridicamente equivalente a quella eterosessuale.

«Sono diventati un paradosso»
Irène Théry, agrégée di letteratura e sociologa del diritto, nel maggio del 1998 ha pubblicato il rapporto Couple, filiation et parenté aujourd’hui (Ed. Odile Jacob), che servì come base di riflessione e discussione per i Pacs. Ci dice che «in Francia, inizialmente, il punto era questo: le persone che vivono in una unione libera hanno alcuni diritti sociali o fiscali, distinti dai diritti civili. Dei concubini dello stesso sesso hanno chiesto di poter accedere a quegli stessi diritti, in particolare durante l’epidemia di Aids. La Corte di cassazione ha risposto che i concubini erano equiparabili, in pratica, a una coppia sposata, riconoscendo così nel concubinaggio una specie di matrimonio informale. Le coppie omosessuali, non potendo pretendere il matrimonio, l’unione cioè di un uomo e di una donna, non potevano quindi essere considerate neppure come una coppia di concubini e per questo chiedere una comparazione dei diritti. La decisione della Corte di cassazione, che per le coppie di concubini ha voluto prendere come modello il matrimonio, ha un effetto paradossale: l’eventuale successivo riconoscimento di coppie composte da due persone dello stesso sesso può essere comparata al matrimonio, anche solo informale. Da qui è partita la discussione che ha portato all’approvazione dei Pacs. Mi sembra chiaro che l’obbiettivo iniziale, sociale e giuridico, avrebbe invece dovuto essere la definizione della coppia, e in particolare di quella informale».
Questo avrebbe permesso di definire cosa si intende giuridicamente con il termine famiglia.
Esatto. E anche di discutere di cosa nella società e nel diritto chiamiamo coppia, e se una coppia può essere composta da due persone dello stesso sesso. Ci si sarebbe potuti chiedere fin dall’inizio se una coppia non sposata deve necessariamente essere formata da un uomo e da una donna. Invece la scelta dei militanti omosessuali, non solo degli uomini politici, è stata paradossale. Invece di guardare la società così com’è – con la sua percezione di quella che abitualmente viene definita una coppia che, con l’evolversi negativa dell’epidemia di Aids, mostrava la realtà drammatica vissuta all’inizio anche e soprattutto da coppie omosessuali – si è preferito partire dall’idea che la coppia non sappiamo cos’è, che la sua nozione è incerta e, in pratica, che la coppia non esiste. Per questo all’epoca, quando si è cominciato a discutere dei Pacs, ho parlato di ipocrisia. Per me era evidente che si sarebbe dovuto parlare dell’esistenza sociale e giuridica delle coppie dello stesso sesso, e che era a questo che si doveva dare una risposta. A questa domanda non si è voluto rispondere e si è detto invece che andava trattato il problema delle persone che vivono insieme: le persone anziane, i fratelli e le sorelle, e anche le coppie eterosessuali non intese come coppie, ma solo come due persone che vivono insieme. La strategia, almeno all’inizio, partiva dall’idea che non serviva parlare della coppia perchè ci sono tanti modi per vivere insieme. è da qui che viene fuori il Patto civile di solidarietà. Quindi non mi pento di avere criticato questa incapacità nell’affrontare dei cambiamenti sociali importanti tanto più che, secondo quello che indicavano i sondaggi, la popolazione francese aveva manifestato un’evoluzione significativa nella sua rappresentazione dell’omosessualità, con una maggiore apertura e tolleranza. Là invece si voleva nascondere il problema.
Perchè lo si voleva nascondere?
Perchè si pensava che la società non fosse pronta, e dunque che si dovesse farle ingoiare il rospo senza che se ne rendesse conto. A mio avviso era un errore, perché la società era pronta. E credo che all’epoca tra molti militanti ci fosse anche il timore di una possibile schedatura degli omosessuali. Il problema era posto in questi termini: come avere dei diritti senza che un giorno un governo di estrema destra possa recuperare delle liste di omosessuali con l’intenzione di farci del male?
Certo può sembrare della paranoia, ma l’epoca era complicata. E bisogna ricordare che all’inizio le persone che hanno avuto l’iniziativa di questi progetti erano legate all’estrema sinistra, che si voleva libertaria, contro il matrimonio, la coppia, la famiglia, simboli del mondo borghese. C’era un miscuglio tra il desiderio di far cambiare le leggi per permettere agli omosessuali una migliore uguaglianza dei diritti, e il rifiuto della famiglia o del matrimonio. In seguito, quando altri militanti omosessuali hanno invece sostenuto che un riconoscimento della coppia dello stesso sesso era necessario, si è creata una divisione.
Da qui anche la sua critica a quei militanti omosessuali che sentivano il bisogno di ‘avanzare nascosti’ proprio quando, paradossalmente, si dichiaravano fieri di essere gay.
Infatti. E non ero la sola a vederlo, quel paradosso.

«Mi fanno schifo»
Evelyne Sullerot, sociologa, protestante, nata nel 1924 e con un curriculum di prestigio. Tra le sue innumerevoli iniziative, nel 1955 ha creato con la ginecologa Marie-Andrée Weill-Halle un’associazione di donne per promuovere il controllo delle nascite, che due anni dopo diventerà il ‘Mouvement Français pour le Planning Familial’. Appena accenniamo al Pacs ci dice che non ne vuole nemmeno sentire parlare («mi fanno schifo» dice senza mezzi termini), e allora si parla d’altro, ma nemmeno poi tanto.
Nel suo ultimo libro, ‘Diderot dans l’autobus’, lei parla dell’incoscienza dei nostri contemporanei, che non si preoccupano che dell’effimero e critica una società nella quale prevalgono l’egoismo e l’individualismo.
L’individualismo, piuttosto che l’egoismo. L’egoismo fa convergere tutto su di sé mentre i nostri individualisti oggi hanno un cuore d’oro, sono accanto ai deboli, agli emigranti, ai prigionieri. Sono per una specie di dilatazione della loro persona. Nella loro vita personale, affettiva, sono assolutamente contro l’istituzione e contro tutto quello che può implicare un impegno duraturo.
E’ una incapacità ad assumersi delle responsabilità?
Le faccio qualche esempio: nessuno si impegna più per diventare prete, o ufficiale, o iscrivendosi a un partito. è difficile trovare delle persone che si impegnino, nel senso che la dimensione temporale spaventa e quindi si cerca di evitare di impegnarsi in qualcosa che richiede una assunzione di responsabilità sul lungo periodo, che sia nell’esercito, in un partito, in una Chiesa o nel matrimonio. A questo si preferisce l’immediatezza. Questo modo di vedere viene in gran parte da quella specie di morale insegnata da psicologi e psicanalisti: bisogna conoscere se stessi, non bisogna sentirsi colpevoli e perciò mostrare agli altri e discutere con gli altri le proprie manchevolezze, si deve avere stima di sé eccetera. Il risultato è che impegnarsi o promettere il proprio impegno su una lunga durata non può che equivalere a rendere prigioniero l’individuo. L’istituzione, compresi la famiglia e il matrimonio, sembrano quindi all’individualista una prigione.
E quindi preferisce l’unione libera.
La coppia cerca l’immediatezza, l’intensità, e non la durata. Tutta la rivoluzione individualista è finita lì dentro. Ora si va sempre di più verso l’idea che è la sessualità a dare l’identità alla persona. E si vorrebbe definire fin dall’adolescenza quale sarà la direzione che prenderà la sessualità. Ho letto recentemente su un giornale di scienze sociali che abbiamo tre sessualità: o si è bisessuali, oppure omosessuali o ancora si è eterosessuali.
E questo viene insegnato nelle scuole?
Certo. Si sta cominciando a insegnarlo nelle scuole.

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