«Padre, lei ci capisce più dei nostri imam»
Come parlare della possibilità di una convivenza pacifica e di un dialogo fruttuoso fra cristiani e musulmani senza fare della retorica o lasciare l’impressione di una sottile ipocrisia? Facendo esempi concreti e commoventi. In questo modo monsignor Henri Teissier, arcivescovo di Algeri, e Samir Khalil Samir, gesuita egiziano e docente a Beirut, hanno trasformato l’incontro dal titolo “Cristiani e musulmani: nemici o fratelli?” (organizzato dal Pime di Milano e dalla rivista Mondo e Missione) in una testimonianza di dialogo della vita fra credenti di due religioni.
«Ci sono musulmani che credono che noi siamo i loro nemici», ha esordito Teissier. «Negli anni più violenti gli estremisti hanno ucciso 19 sacerdoti, monaci e religiose cristiani, quasi il 10 per cento di tutto il clero cattolico in Algeria. Ma noi abbiamo cercato il modo per diventare amici e lo abbiamo trovato, perché non siamo una Chiesa per i cristiani, ma per il popolo, che è musulmano». Quindi ha raccontato la nascita di gruppi focolarini musulmani nel paese, grazie alla trasmissione del carisma focolarino a musulmani che sono rimasti tali; il pellegrinaggio islamo-cristiano della diocesi di Lione, inizialmente voluto da un professore musulmano, alle tombe dei monaci trappisti assassinati a Tibhirine; la visita di un intellettuale algerino a papa Benedetto XVI dopo la crisi seguita al discorso di Ratisbona, che ha molto aiutato la riconciliazione in Algeria.
Padre Samir ha raccontato la sua esperienza di dialogo con un gruppo di giovani sciiti di Beirut raccolti attorno a un imam umanista, che hanno recitato il Padre Nostro con lui e cominciato a studiare il Vangelo ammirati per la sua profonda conoscenza del Corano; e la sua attività di assistente spirituale di un gruppo di giovani musulmani francesi della periferia di Parigi. «Lei capisce i nostri problemi più dei nostri imam», rispondono quando il gesuita li invita a rivolgersi alle loro guide religiose.
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