PAPA DELLA RAGIONE

Direttore, perché Il Foglio è il quotidiano italiano più entusiasta dell’elezione del cardinale Ratzinger a Papa?
No, Il Foglio è un giornale metodologicamente miscredente, beffardo e curioso: l’entusiasmo, anche nella sua versione alta di fervore religioso, non ci appartiene. La verità è un’altra: Il Foglio ha una particolare sensibilità per una grande questione contemporanea che il cardinal Ratzinger, con i suoi interventi e con il suo pensiero ha illustrato in modo clamoroso e scandaloso: la questione del relativismo. Il relativismo è una forma di dogmatismo laico, perché affermare che non esiste una verità assoluta equivale ad affermare una verità assoluta. Il Foglio è un giornale veramente laico, e dunque contrario al dogmatismo laico, contrario al laicismo distaccato dalla realtà che trasforma i desideri automaticamente in diritti. Per noi, allora, è decisivo che si possa ascoltare una voce che contraddice i “segni dei tempi” nel momento stesso in cui li accoglie, una voce che è fuori dal coro delle banalità del mainstream contemporaneo. Noi non crediamo sia possibile un mondo libero dalle costrizioni del conformismo se non si accetta la Chiesa della Dominus Iesus, cioè della riaffermazione veritativa del cristianesimo come fatto e incontro. Una Chiesa che fa scandalo, anticonformista, ma che non nega il Concilio Vaticano II, come risulterà evidente col papato di Benedetto XVI. Per questa nostra sensibilità, Pietro Scoppola ci ha accusati di essere epigoni di Charles Maurras, che per le sue posizioni aveva meritato la scomunica. Ma questa è una battaglia che il cosiddetto cattolicesimo democratico, che in realtà è integralista, non può vincere, perché il problema della scomunica non ci riguarda. Noi non sottovalutiamo affatto la fede, il Mistero, la dimensione intrinseca del cristianesimo: abbiamo un rapporto di apertura cordiale verso chi crede, e amiamo i credenti che usano le parole per proclamare la fede. Se poi sono le parole di Ratzinger, sottolineiamo il grande spettacolo della bellezza cattolica. Chi ci rimprovera di apprezzare il cristianesimo, di seguire con curiosità deferente le sue liturgie, la sua presenza popolare ed ecclesiale, senza essere cattolici confessanti e praticanti, ma solo cattolici culturali, di nutrire un interesse per il cristianesimo privo di fede, dice una stupidaggine che soltanto dei cattivi allievi di scuole cattoliche, come spesso sono i dirigenti e alcuni intellettuali della sinistra, possono pensare. Semplicemente, noi preferiamo Ratisbona, e con molta misura – ma in alcuni momenti con la dismisura che richiede la notizia – ci comportiamo di conseguenza. Martedì scorso per puro divertimento – non divertimento in senso mondano e salottiero, ma nel senso di curiosità dell’anima – mi è venuto in mente di ribattezzare per un giorno solo Il Foglio “Il Soglio”. E di dedicare all’omelia di Ratzinger nella Messa pro eligendo romano pontifice il titolo di cui forse sono più fiero in tutta la mia storia di giornalista: “La formidabile (e formidabile significa bella, alta, importante ma anche temibile) lezione del prof. Ratzinger”. Il fatto di avere potuto il giorno dopo intitolare “La formidabile elezione del prof. Ratzinger”, cambiando soltanto una “e”, è stata una soddisfazione che – quella sì – ha marcato un punto quasi di entusiasmo.
Quello che fa problema, da parte di molti laici, non è la polemica sul relativismo, perché è ovvio che la Chiesa, per la sua stessa natura, polemizzi col relativismo, ma l’accento sulla “dittatura”: Ratzinger non si è limitato a contestare il relativismo, ma ha affermato che c’è una dittatura. E Il Foglio gli ha dato ragione.
Certo che c’è la dittatura. Il nome mondano di questa dittatura è il trionfo del “politicamente corretto” e del religiosamente corretto, se posso permettermi. Ratzinger, che pure ha studiato il tao e il dharma, ha saputo spiegare che la Chiesa non conserva, bensì salva. Che il deposito della fede a questo serve. La Chiesa non custodisce una verità circolare, cosmica, immutabile: la Chiesa custodisce una verità vivente, incarnata nella storia attraverso Gesù Cristo. Questa non è soltanto una verità teologica: è un concetto di vaste implicazioni filosofiche per noi molto importante. Naturalmente stare nella storia è difficile, perché la storia è malandrina. E non c’è dubbio che dopo il grande tormento di Paolo VI, che esprimeva l’incontro difficile ma non disperato della Chiesa con i tempi moderni, abbiamo avuto la fase dell’estasi, il linguaggio del corpo, la danza, la comunicazione planetaria, la parola portata in ogni angolo del mondo con Giovanni Paolo II. E questa estasi che è stato il papato giovanpaolino aveva dentro un filo di ferro che la connotava perfettamente, ed era la dottrina di Ratzinger. Dottrina che è un corpo vivo, ma assolutamente immobile su un punto cruciale che qualunque uomo di Chiesa chiamerà la verità del cristianesimo, e che noi del Foglio preferiremo chiamare la decenza e la necessità di un umanesimo. Perché non si può vivere nella gioia laica di esistere, in un tempo in cui non ci sia accordo su che cosa significa nascere e su che cosa significa morire; i temi dell’aborto, della fecondazione artificiale, della difesa del concetto di famiglia e di matrimonio – mai offensiva per altre forme di unione sentimentale e morale come possono essere le unioni omosessuali – sono dirimenti. E poi la questione del morire, l’eutanasia e la pulsione di morte che pervade il mondo contemporaneo, come ha dimostrato il caso Terry Schiavo. In un mondo così non si vive con la gioia laica di esistere. In un mondo così noi pensiamo che ci debba essere una convergenza del cuore e della mente – Benedetto XVI nella sua prima omelia ha usato un’espressione bellissima: “l’urto del cuore” – fra un minuscolo organo di opinione pubblica informata e colta e questo bastione di cultura e di spiritualità che è la Chiesa di Roma.
D’altra parte su tutti questi temi la Chiesa si muove non in forza di verità rivelate, ma di verità di ragione, di natura, che la Chiesa semplicemente sottolinea ed evidenzia in quanto è custode di umanità oltre che di verità rivelata. Voi avete scritto «il carisma di questo Papa è la ragione».
Sono contento di questa sintonia, perché mentre lo scrivevo, venti minuti dopo l’elezione di Papa Benedetto, avevo il dubbio: “I miei amici cristiani mi rimprovereranno per aver osato tanto”. Ma io ne sono profondamente convinto.
Certo, ma questo alla fine non rischia di essere un handicap? Oggi da una parte abbiamo le folle, che non chiedono ragione ma emozioni, e dall’altra intellettuali che non sembrano interessati a confrontarsi lealmente, ma soltanto a difendere la propria egemonia e a far scattare meccanismi di esclusione.
Non regalerei tutta l’intelligentsia al conformismo maggioritario, perché c’è una forte minoranza, molto importante, che non ragiona più così. Nell’intellettualità francese e in quella tedesca, per limitarsi all’Europa, ci sono molti anticonformisti: basti pensare ad Alain Finkielkraut, ad André Glucksmann, a Otto Kallscheuer, a Juergen Habermas. Per non parlare degli Usa, dove c’è un’intelligentsia vasta che ha riaperto il grande capitolo del rapporto tra fede e politica. Su Avvenire abbiamo letto interessanti interviste a Sergio Givone, a Gian Enrico Rusconi. è gente che capisce che non si può avvilire la modernità e il concetto di libertà all’idea che si è autorizzati a fare tutto ciò che si può fare tecnicamente. Su questo, anzi, credo che si riuscirà nel corso del tempo, e con l’aiuto dei “segni dei tempi”, a costruire una nuova maggioranza intellettuale nel mondo, perché sulla strada attuale non si va da nessuna parte.
Ecco, a questo proposito: la scelta del nome, Benedetto, sembra sottolineare la criticità del momento storico che stiamo vivendo. C’è la percezione dell’approssimarsi di un collasso di civiltà come ci fu alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, come c’era alla vigilia della Prima guerra mondiale, quand’era Papa Benedetto XV.
Io non sono un esegeta del linguaggio della Chiesa cattolica, ma mi sembrano vere tutte le interpretazioni. Con Benedetto XVI noi abbiamo un uomo che per attuare il Concilio prende un nome pre-conciliare: è tipico di Ratzinger, della sua idea del rapporto fra tradizione e innovazione. In secondo luogo è il nome di un Papa della crisi. I detrattori del papato giovanpaolino, coloro che non hanno mai creduto nella sua intima bontà per la Chiesa di oggi, si sono sempre scagliati come prima cosa contro l’idea della crisi; secondo loro pensare che esista una crisi del mondo contemporaneo è solo un modo per ritardare una sorta di “dissoluzione pneumatica” della Chiesa nel mondo. Infine il richiamo ovviamente prevalente è a san Benedetto, culmine dei significati intuibili dietro il nome scelto da Papa Ratzinger. è il tema dell’Europa e delle sue radici cristiane: l’Europa nasce nei monasteri benedettini, non altrove.
Che cosa ne pensate del modo in cui la stampa italiana ha fatto la sua “campagna” per il conclave, e del modo in cui sta gestendo il post-conclave? Prima il tentativo di condizionare l’elezione, adesso il tam tam continuo che dice: «sarà un’altra cosa, ci sorprenderà, non sarà come prima, sono gli uomini di destra che fanno le riforme di sinistra», ecc.
I media italiani, con qualche eccezione, sono il fulcro del conformismo intellettuale. Sono ingabbiati dentro allo schema progressismo versus conservatorismo, che è notoriamente vuoto. Per fortuna poi i giornali italiani si salvano con la loro informalità, per cui alla fine anche Repubblica intervista Ratzinger, insomma un minimo di curiosità ce l’hanno. Ma questi in fondo sono dettagli. La cosa veramente curiosa è questa: ci sono due modi per tradire il senso di un’elezione e cavalcarla in modo improprio. Una è di dire “hanno eletto il pastore tedesco”, è di fare di Ratzinger l’uomo nero della situazione, come fosse un qualsiasi Bush, con tutto il rispetto per il presidente americano. I conformisti hanno sempre bisogno di vivere nel loro mondo, dove l’imprenditore milanese, il petroliere texano fattosi politico, il laburista riformista che ha eseguito l’eredità della Thatcher in forme nuove o un Papa difensore della cristianità sono uomini neri tutti allo stesso titolo. L’altro modo di tradire il significato vero dell’elezione di Ratzinger è questa insistenza sulla sorpresa. Perché è vero che ogni Papa sorprende: qualunque Papa sorprende perché cambia veste, si veste di bianco, e cambia veste per sorprendere. Però ho una notizia spiacevole per i conformisti di tutto il mondo: Benedetto XVI e papa Ratzinger sono la stessa persona.
Ma infine, perché c’è tanta gente che ce l’ha con lui? In fondo questo Papa è tedesco, ma non ha le panzerdivisionen del vecchio esercito tedesco. Perché avere paura di lui?
Perché in un mondo che compie quotidiani atti di reverenza alla menzogna – per paura della verità – Ratzinger è una contraddizione insostenibile. Avendo i relativisti fatto del relativismo un assoluto, avendo certi laici fatto del laicismo una religione, la contraddizione razionale e spirituale che Benedetto XVI pone dentro a questa visione del mondo è insostenibile. Per questo reagiscono con asprezza.

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