Parola d’ordine: dimenticare Berlinguer
Caduto il Principe, le fazioni si fanno la guerra. Il ministro della pubblica istruzione Luigi Berlinguer, signore incontrastato della scuola italiana dal 1996 è stato sacrificato alla ragion politica e i sindacati degli insegnanti hanno cominciato, per la verità già negli ultimi mesi di governo, ad agitarsi. La polemica è forte: Cisl contro Cgil, Snals contro Cisl, Gilda contro tutti. L’unanimità sindacale (quella che aveva visto tutti d’accordo – eccetto la Gilda – alla firma del contratto nazionale degli insegnanti nel marzo ’99) si è rotta il 17 febbraio quando i più piccoli tra le organizzazioni di categoria dei prof, Gilda e Unicobas, nonostante percentuali di iscritti molto basse, hanno coinvolto nella loro protesta oltre il 30 per cento degli insegnanti italiani. Un vero sconquasso per le programmate logiche del palazzo di viale Trastevere, da dove l’alto comando dell’istruzione dettava le direttive del grande passo riformistico. Da quando si era insediato non aveva ricevuto altro che consensi e qualche lamentela, ma una sollevazione così alta non si vedeva da almeno un decennio. Alle superiori, dove lo scontento è più marcato, le percentuali di adesione sono state ben più alte sino a toccare in tanti istituti anche l’80, 90 per cento. Motivo di tanta agitazione era il cosiddetto “quizzone” che avrebbe dovuto introdurre il principio di meritocrazia nella carriera degli insegnanti. Una protesta che ha visto convergere tutto lo scontento che le riforme berlingueriane recano con sé imponendo al ministro uno stop ben più ampio rispetto alle intenzioni della stessa Gilda. Ma che aveva anche il sapore di un primo segnale dello scontento che si è poi concretizzato nelle ultime elezioni regionali in un voto contrario alla sinistra con la conseguente nomina al dicastero dell’istruzione di Tullio de Mauro. In quell’occasione, insomma, gli insegnanti avevano scavalcato i loro rappresentanti sindacali che oggi, per recuperare il terreno perduto, strillano e strepitano.
Un primo tentativo di andare ai tempi supplementari, in realtà, lo aveva fatto la Cisl già tre giorni dopo l’agitazione del 17 febbraio portando 10 mila insegnanti a Roma con D’Antoni per protestare contro le riforme decise a tavolino. Ma quella protesta ebbe poca visibilità, oscurata dagli oltre 250mila docenti che tre giorni prima erano rimasti a casa. In quest’ultimo mese, perciò, comunicati stampa e documenti delle segreterie nazionali stanno cercando di alzare il tono della polemica. In una nota di metà aprile lo Snals accusa D’Antoni di riproporre in altra forma il concorsone. “Chiedere al Governo lo stanziamento di altri 1200 miliardi – ha scritto il segretario nazionale Nino Gallotta – per valorizzare la professionalità del 50% degli insegnanti significa in pratica chiedere la riesumazione del famigerato concorsone che il mondo della scuola ha decisamente rifiutato con sdegno”. Ed ecco la polemica della Gilda: “Il ‘più grande’ Sindacato italiano della scuola (lo Snals, ndr) sembra soffrire per le continue ‘provocazioni’ della formica Gilda e con documenti che ribaltano la verità dei fatti cerca di scaricare su altri le proprie gravi responsabilità… Chi ha firmato il contratto? Confederali e Snals. Chi non ha firmato il contratto ritenendolo l’ennesima presa in giro per i docenti? La Gilda. Chi ha avallato un’indennità di 86mila lire per i docenti e di 70mila per i non docenti? Confederali e Snals. Chi ha contribuito alla stesura dell’integrativo e poi lo ha sottoscritto? Sempre Confederali e Snals. Chi ha avallato il ‘concorsone’? Ancora Confederali e Snals”. E sullo sfondo ecco programmato per il 12 maggio un altro sciopero generale della scuola promosso da Cisl e Snals. Anche in questo caso lo scontro è vivo e se la Cisl rompe con Cgil e Uil, a forzare la polemica è sempre l’associazione degli insegnanti autonomi. Forti inoltre della riuscita dello sciopero del personale dei provveditorati e delle Sovrintendenze scolastiche del 7 aprile (che ha avuto una media di adesione nazionale del cinquanta per cento), lo Snals tenta di accreditarsi come l’unica associazione impegnata nella reale difesa degli interessi dei docenti. Se la Cgil scuola, in questi mesi è silente e per ovvie ragioni su posizioni filogovernative, (tra tutte le manifestazioni ha aderito solo allo sciopero del personale ATA del 2 maggio), la Gilda invece prevede un fine scuola infuocato. Sono indette dall’8 al 18 maggio assemblee in tutte le scuole con lo slogan “1000 assemblee per la Scuola e per gli insegnanti” e dal 12 al 16 giugno, dulcis in fundo, lo sciopero degli scrutini. Un gran da fare dunque per le associazioni di categoria, anche se la perdita di consenso è in questi anni sempre più evidente. I dati parlano chiaro: meno della metà dei docenti italiani è iscritta a un sindacato con sensibile e progressiva riduzione del personale sindacalizzato. Gli ultimi dati disponibili riguardano il 1998 e indicano in 132mila i docenti iscritti alla Cisl scuola, 99mila allo Snals, 76mila alla Cgil scuola e 37mila alla Uil.
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