Passaggio in Libia
Metti una sera all’hotel Mehari di Tripoli nella sontuosa suite di Saif al-Islam Gheddafi. Più bello del padre, più elegante del padre e soprattutto più sincero e realista. «La fine delle sanzioni? Diciamo la verità, già da alcuni anni era come se non esistessero più. L’abrogazione ufficiale dell’embargo è più che altro una soddisfazione morale. Ma il vero problema della Libia non è l’embargo, ma l’auto-embargo che ci siamo imposti da noi stessi, isolandoci dal resto del mondo». Gheddafi figlio è l’unico in tutta la Libia che può permettersi di dire quello che tanti pensano. «La prima vittima del problema immigrazione non è l’Italia, ma la Libia. In nome dell’unità africana abbiamo permesso a milioni di persone di entrare liberamente nel nostro territorio, ma con loro sono entrati malattie, criminalità, prostituzione. Tutto questo arriva anche da voi in un secondo momento. Non sono contrario all’immigrazione, ma deve essere regolata da leggi severe».
«Il rapporto speciale fra l’Italia e la Libia è una realtà, anche se tanti qui non amano sentirlo dire. Dobbiamo cambiare le nostre leggi per attirare qui i vostri imprenditori, soprattutto le Piccole e Medie Imprese della Lombardia».
Foulard islamici e antenne satellitari
Ma le aspirazioni pragmatico-ecumeniche di Saif rischiano di rivelarsi altrettanto velleitarie delle visioni megalomani di suo padre. Il Gheddafi buono è presidente di una Ong, una fondazione filantropica che porta il nome di suo padre, in un paese dove il 95% dell’economia è statale ed il 70% degli occupati sono dipendenti di enti pubblici. L’economia privata è ridotta a polverosi negozietti e annerite officine ai bordi delle grandi arterie di traffico, e ai commercianti informali che la sera riempiono i marciapiedi di alcune zone strategiche della città con pezzi di ricambio meccanici e calzature. Agricoltura e allevamento interessano appena l’1% dell’immenso ma aridissimo territorio. E la risorsa turistica giace derelitta come una miniera d’oro che nessuno ha saputo mettere in produzione: profondissime spiagge di sabbia candida solitarie ma già contaminate da rifiuti di ogni tipo, città archeologiche senza paragoni non troppo distanti da Tripoli (Sabratha, Leptis Magna) prive di qualunque infrastruttura di supporto e già imbruttite da interventi discutibili (recinzioni, iniezioni di cemento armato). Dopo l’apertura agli investimenti esteri, un solo grande albergo di proprietà straniera è stato costruito, il Corinthia, controllato da capitali arabo-maltesi.
In realtà la Libia che vorrebbe aprirsi al mondo ha gli stessi problemi di tutti gli Stati arabi e musulmani: la legittimità ed il consenso sociale di massima di chi sta al potere riposano su una precaria sintesi fra tradizionalismo, simboli di modernità e ricorso alla forza. Accentuazioni o rilassamenti troppo netti su uno qualunque dei fronti sono destinati a far crollare l’intera costruzione. La Libia del progressista Gheddafi, che ha stabilito l’uguaglianza fra uomo e donna per legge, resta un paese estremamente conservatore, dove nessuna donna si azzarda ad apparire per strada o sul posto di lavoro senza il foulard sul capo, o a guidare l’auto anche se la legge glielo permette, e dove la maggioranza dei matrimoni avviene ancora fra cugini. L’alcol e le discoteche sono severamente proibiti, gli spettacoli censurati, ma i tetti e i balconi dei palazzi vecchi e nuovi della capitale sono ricoperti da un tappeto senza falla di migliaia di padelloni satellitari, bianchi come gli intonaci tripolini, attraverso i quali entrano nelle case i programmi televisivi di tutta Europa. Appena possono permetterselo, i giovani vanno in Tunisia a bere qualcosa di più gustoso di aranciate e coca cole e a cercare turiste italiane. Complice la tivù, si sono fatti una certa idea delle nostre donne.
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