Patrizia Vergani
La centralità della donna eppure la battaglia, estenuante, della tutela del feto. Anzi, del bambino. Le parole, i pensieri, le convinzioni e i trent’anni di attività di Patrizia Vergani stanno nei due quadri del suo piccolo studio all’Ostetricia dell’Ospedale Vecchio di Monza: entrando, il primo che si incontra è quello della Madonna del Giubileo di Salvatore Fiume, «un regalo che mi è piaciuto tanto, per quel bel volto femminile, un poco etiope un poco bizantino, di una Madonna ma anche di una madre, con il suo Bambino affianco». Appesa a sinistra, La Danse di Henri Matisse, cinque corpi femminili nudi, «in un girotondo che unisce le donne ma non le lega completamente, perché a un certo punto quel circolo si interrompe e si apre al cielo, alla terra, al mondo».
Patrizia Vergani, 54 anni, ginecologa ostetrica, esperta di medicina materno-fetale, inizia questo lavoro, a cavallo tra la gioia di una nuova vita e i timori di una nuova vita segnata dalla malattia, spinta da due incontri: uno con il suo attuale primario, Costantino Mangioni, che in una lezione all’Università si mette a spiegare cos’è la “nascita”, l’altro con una donna che per la terza volta partoriva un figlio idrocefalo che sarebbe morto poco dopo la nascita. «Mi aveva coinvolto in modo empatico il fatto che questa donna aveva messo al mondo questi tre bambini malati, poi morti, ma che anche lei era portatrice di questa condizione. Fu come sentirmi addosso la sua fatica e il suo dolore: e subito mi era sembrato che interessarmi del problema delle malformazioni fosse non solo un arricchimento personale e professionale, ma anche una risorsa di amicizia per le donne, la possibilità di stare affianco a una situazione di dolore che magari non è nemmeno risolvibile perché non sempre noi medici siamo in grado di dare risposte adeguate».
L’evento gioioso della nascita da una parte e il dolore legato a una patologia grave dall’altra: qual è il ruolo della medicina?
La medicina ha certamente la prospettiva di migliorare e curare, ma anche quando non sa o non può guarire non deve perdere un aspetto della cura umana che è la nostra presenza, l’accompagnamento.
Cos’è la nascita?
La nascita è costituita da due parti: una che consiste nel mettere al mondo fisico, che è la partecipazione del corpo femminile a dare alla luce una nuova vita. Ma la nascita avviene già prima, è molto più profonda: è la fine di un processo più lungo, che inizia con l’amore con il proprio uomo. È un percorso intenso e progressivo, un aprirsi di una relazione profonda per cui il concepito lentamente diventa figlio prima ancora che venga al mondo. Mi è più chiaro di fronte ai casi di aborto spontaneo, che rappresentano il 15 per cento delle gravidanze: ancora oggi a volte mi stupisco davanti alla sofferenza lacerante delle donne che hanno un’interruzione magari all’ottava o alla nona settimana. Noi medici ne vediamo talmente tante – è sbagliato lo so – che mi verrebbe come di sminuire quel dolore, ma se penso che la nascita è qualcosa che inizia molto prima mi rendo conto della naturalezza di quella pena.
Se il figlio è la realizzazione di un percorso di amore, qual è il limite nella ricerca del compimento di questo desiderio?
C’è una linea di confine importante: il figlio non è qualcosa che tu possiedi. C’è un desiderio che si incontra o si scontra con qualcuno che non è in tuo possesso. Come medico sono certa che anche un concepito in provetta sia un figlio, però io non riesco ad ammetterlo come donna e come madre. Per me questi embrioni esposti al di fuori del corpo umano si trovano in una condizione poco dignitosa anche per loro stessi. La medicina deve trovare le cure e i mezzi utili ad aiutare delle coppie a diventare genitori, perché è un valore grande per la vita. Ma penso anche che si debba trovare un modo per rispettare gli embrioni perché non vengano non utilizzati, abbandonati. E che questo debba essere un compito dell’umanità, a prescindere da come la pensiamo. Nessuno può negare che il congelamento degli ovociti sia meglio di quello degli embrioni.
Come si è comportata con quelle pazienti che le hanno chiesto un aiuto, a tutti i costi, per diventare madri?
Me ne sono capitate tante. La prima risposta che si deve dare loro è di cercare e trovare e sfruttare innanzitutto le risorse che hanno dentro di sé e che purtroppo vengono sempre meno valorizzate. Ecco, io vedo che l’avere a disposizione la fecondazione extracorporea tante volte fa saltare molte tappe: capita spesso che vengano da me pazienti già passate invano per i tentativi più scientificamente avanzati, nelle quali c’erano risorse che non erano state provate. Come medico quello che dico è in primo luogo fare le tappe “intracorporee” che invece spesso si saltano.
Secondo lei c’è un ricorso eccessivo alle tecniche della fecondazione artificiale, nella medicina moderna?
Sono più comode, più veloci ma anche più economiche. Anche per questo si sono portate via una fetta importante di ricerca. Abbiamo investito tutto sulla possibilità di fecondare embrioni fuori dall’utero, farli sopravvivere, farli attecchire e non si sono invece potenziate altre tecniche più intracorporee compresa la microchirurgia. Ad esempio, ho avuto un paio di pazienti che in precedenza avevano subìto una occlusione tubarica e desideravano avere dei bambini. Ebbene, tutti i medici con cui avevano parlato spiegavano loro che ormai gli interventi microchirurgici per la riapertura delle tube non vengono più fatti e che potevano avvalersi di altri metodi come la fecondazione extracorporea. Io invece sono riuscita a trovare un laparoscopista bravissimo, in un’altra regione, e a convincerlo a operare una delle due pazienti. Alla fine, lei è rimasta incinta. Poi l’altra cosa relativa alla fertilità: io vedo che tante pazienti restano incinte perché a volte è sufficiente affidarsi non solo alla medicina ma anche alle risorse interiori, che hanno bisogno di essere semplicemente rassicurate e rafforzate.
Cos’è cambiato, in questi trent’anni di esperienza, sia nel suo modo di approcciare le cose che nell’ambiente in cui lavora?
Innanzitutto le donne sono diventate più insicure, più sole. Una società sempre più individualista, la gestione degli ospedali incentrata sulla privacy, queste “tendenze” hanno potenziato una certa autodeterminazione ma anche una grande fragilità. Manca la solidarietà sociale ad aiutare le donne nel risolvere i problemi del quotidiano. Per esempio, anche nella gestione banale del bambino, nell’allattamento, nella crescita, c’è molta più apprensione oggi, e questa si risente come fragilità. E poi anch’io sono cambiata: in questa cultura dell’autodeterminazione, sono diventata meno incisiva, meno convincente. Cioè mi è più difficile rendere ragione di ciò che propongo. Ad esempio sulla contraccezione: ci possono essere casi in cui come medico vedo che per una paziente, magari in un dato momento, non è consigliabile. Ma se una volta riuscivo a spiegare la ragione di questo e a discutere con la donna in modo positivo, anche se poi alla fine prescrivevo il medicinale, adesso faccio più fatica. Come se questo affermarsi dell’autodeterminazione mi imponesse di fare un passo indietro, per non invadere il campo di una scelta già fatta e che do per assodato che sia stata assunta con consapevolezza. Si discute di meno fra donne e quindi si creano alleanze con maggiore difficoltà. Sulla questione dell’aborto, per esempio, consigliare a una donna di tenere un bambino con una patologia. ricordo la difficoltà di una gravidanza gemellare in cui uno dei due bambini poteva avere una sindrome di Down. Non ne eravamo sicuri, c’erano alcuni segnali ma anche la speranza che quei segnali non fossero nulla di serio. Alla fine la donna portò a termine la gravidanza, ma uno dei due gemelli, la femmina, nacque effettivamente Down. Non mi volle più incontrare. Lei e la sua famiglia erano arrabbiati con me perché l’avevo invogliata a non interrompere la gravidanza. Dopo un anno mi cercò e mi ringraziò. Quella bambina è poi diventata campionessa di nuoto alle Paraolimpiadi di Tokyo.
Con quale forza può un medico “consigliare” una strada così impegnativa a una propria paziente combattuta tra la difficoltà della nascita di un bambino malato e il dolore dell’aborto?
Non si può mettere su ogni donna uno schema, ma se come medici riusciamo a guardarla da un punto di vista globale (il contesto in cui vive, la sua famiglia, i suoi desideri) non è una sconfitta la nascita di un figlio con un handicap. È un’opportunità, come mi ha detto quella paziente. Non è un fallimento, né per noi in quanto medici né per loro in quanto genitori.
Di fronte a una malformazione grave, le è capitato di fermarsi? Di non tentare neppure di convincere la sua paziente a portare a termine la gravidanza?
No, mai. Una proposta l’ho sempre fatta. Dipende anche dalla reazione delle donne, certo. Ci sono alcune che chiudono a qualunque prospettiva che non sia l’aborto, ma altre che fanno capire che quel bambino lo vorrebbero tenere. Quello che mi aiuta di più in questa vicenda è vedere casi, tanti, in cui la presenza di un handicappato non ha distrutto la famiglia ma anzi ha dato un qualcosa di più. È vero che ci sono situazioni molto faticose, pesanti da sostenere nei casi più gravi con il passare del tempo, con la crescita, se non si crea una trama di solidarietà. Una rete di servizi sarebbero una risorsa anche per noi. Le associazioni hanno un ruolo importante, ad esempio, quando bisogna affrontare con i genitori la diagnosi di una malformazione: il confronto con altre mamme e altri papà può aiutare a sentire quel feto un bambino e quel bambino una presenza. Che è possibile essere felici. Purtroppo spesso negli ospedali italiani si danno indicazioni a senso unico, senza alternative. Il nostro compito di medici, come indicano le linee guida internazionali, è invece quello di dire cosa vediamo, cos’ha il bambino, la diagnosi con il suo significato e i suoi sviluppi, le cure. E proporre tutto ciò che è proponibile. L’altra cosa, che mi nasce da convinzione umana ma anche dalla fede che a un certo punto ho incontrato nella mia vita, è che bisogna far capire alla donna cosa c’è dietro lo schermo di una ecografia. Ecco, il mio compito è far nascere quel bambino dentro di lei prima ancora che venga al mondo. Anche quando c’è un problema, perché rafforzare la mamma nell’essere già madre di quel bambino tante volte porta a una soluzione. Mi è capitato. Capita.
Lei ha detto di aver incontrato nel corso della vita quella fede che ora la accompagna nelle sue scelte di medico. Non era credente, prima?
Lo ero come lo siamo noi italiani, con le nostre radici cristiane e cattoliche. Ma quelli del liceo e dell’Università furono per me, anche per me, gli anni della contestazione: ero nella sinistra extraparlamentare, nel movimento studentesco, in Avanguardia operaia. Finché due amici hanno cercato di coinvolgermi nei quadri della Fgci, cioè di rientrare nei ranghi del Pci. Lì ho cominciato ad andare in crisi. E mi sono convertita. Andai in crisi perché questa liberazione, tanto promessa, non arrivava mai, c’era sempre e solo la lotta. Avevamo iniziato con la lotta di classe, la ribellione al borghesismo dei nostri padri, al moralismo, all’oppressione, a uno stile di vita molto falso. Ma poi non cambiava nulla. Anzi, a un certo punto svanì la purezza di ideali: c’impegnavamo per un altro padrone, uno nuovo, il partito, ma non era quello che desideravo. Vedevo che la liberazione di cui parlavamo era un’utopia. E da lì è forse nata l’esigenza di approcciare le cose dello spirito, l’intuizione che una liberazione fosse possibile prima dentro di me, la convinzione che tutto quello che cercavi fuori di te dovevi cominciare a cercarlo dentro.
Al referendum sull’aborto del 1981 come si comportò?
Votai contro l’aborto.
E oggi cambierebbe la 194, la legge sull’aborto?
No. Penso invece che dovrebbe essere rispettata e applicata di più, con tutta quella parte di sostegno a chi decide di non abortire. La 194 non afferma l’aborto come bene, ma come esigenza di alcune donne che si trovano in una condizione particolare da cui non riescono a uscire: penso che non sia giusto penalizzarle e quindi va bene la legge, ma ritengo sbagliato presentare l’aborto come un valore. Non ho mai abortito, non vorrei che le mie figlie lo facessero e neppure le mie pazienti, ma non bisogna toccare una legge che ha tolto dal sommerso e dallo sfruttamento un gesto estremo e tanto doloroso per le donne.
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