Pax Putiniana (e Grande Fratello)
Le cose sembrano proprio mettersi bene per Vladimir Putin. Nonostante le grandi incertezze della politica internazionale (anzi, in buona parte proprio grazie ad esse) la Russia si prepara a fare il salto di qualità tanto agognato, per realizzare il sogno di diventare un paese “ricco, stabile e rispettato”, secondo la definizione dello stesso presidente. L’importanza del ruolo della Russia nella guerra per la difesa della civiltà democratica, infatti, è ormai da considerare una legittimazione definitiva del superamento degli incerti del decennio eltsiniano, che fa digerire alla comunità internazionale le non poche arretratezze e contraddizioni dell’impero eurasiatico. Il controllo dell’Afghanistan e dei giacimenti di petrolio asiatici, il rilancio della solidarietà dei paesi ex-sovietici del Caucaso e dell’Asia centrale (sancito a Mosca nel summit della Csi dei giorni scorsi), e di conseguenza una libertà di manovra assai maggiore nel negoziare la propria situazione debitoria coi paesi occidentali (evidenziata dagli incontri con tutti i leader, da Jospin a Berlusconi, al ranch di Bush nel Texas), tutto questo permette di non preoccuparsi troppo del crollo dei prezzi del petrolio, che fino a qualche mese fa era considerato lo spauracchio peggiore della politica economica russa. Anzi, gli ideologi della svolta autoritario-liberale della Russia putiniana, come il consigliere presidenziale Andrej Illarionov, considerano una liberazione la fine della petrolio-dipendenza della Russia, che ha un gran bisogno di rilanciare finalmente la produzione, stagnante e in declino fin dai tempi di Breznev. Non c’era quindi momento più adatto per tagliare definitivamente i ponti col passato, e proprio in questi giorni sta finalmente avverandosi la “rivoluzione interna” attesa da due anni, vale a dire la sostituzione degli uomini più importanti del gruppo di Eltsin, che hanno finora continuato a condizionare la politica del presidente. Il segnale di partenza di quest’ultima fase di epurazione è la messa in stato di accusa del potentissimo ministro dei trasporti Nikolaj Aksenenko, uno dei candidati-eredi di Eltsin, battuto da Putin sul filo di lana, che sarà costretto a uscire di scena; e il gran finale, previsto ormai a giorni, è la liquidazione dell’ultimo “burattinaio”, il capo dell’amministrazione presidenziale Aleksandr Voloshin, colui che di fatto ha messo Putin sul trono, allattandolo amorevolmente in tutti i primi mesi del regno: ormai la sua funzione si è esaurita. Insieme a loro se andranno moltissimi dirigenti grandi, medi e piccoli della politica moscovita, dopo che a livello delle repubbliche e delle regioni l’epurazione aveva già progressivamente normalizzato la gestione degli enti locali. Si unificano i partiti “moderati”, compreso quello del sindaco di Mosca Luzhkov, per formare un grande centro pro-presidente, che mette insieme i due terzi del parlamento. Anche l’ultima delle Tv non allineate, il canale commerciale Tv6, sembra ormai condannata alla chiusura, per intervento di uno dei maggiori azionisti, il capo dell’impero petrolifero Lukoil Vadim Alekperov, anch’egli integrato nella pax putiniana. Tanto più che i mascalzoni di Tv6, per attirare l’attenzione di un’opinione pubblica sempre più cloroformizzata, si sono meritati le più terribili scomuniche della Chiesa Ortodossa, lanciandosi a trasmettere una versione russa del “Grande Fratello” in cui i ragazzi protagonisti hanno cominciato a fare sesso in diretta fin dalla prima giornata, con la tipica sfrontatezza russa di chi non conosce limiti, vivendo all’interno di un lager. In fondo, che cos’è il Grande Fratello se non una parodia dello stalinismo?
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