PAZZIA REALISTA
Non è facile conservare l’equilibrio quando tutti ti danno del pazzo. Quando sei certo di aver visto una persona, di averle parlato, di averci bevuto il tè insieme e tutti ti dicono che è effetto del colpo di sole che hai preso poco prima, della stanchezza, della tua immaginazione troppo fervida.
È quel che succede a Iris Carr, giovane e viziata ereditiera inglese di ritorno da una vacanza in un imprecisato paese dei Balcani. La signorina Froy, gioviale, innocua zitella che le sedeva di fronte nello scompartimento sembra svanita nell’aria. Oppure c’è in atto un complotto per nascondere la sua sparizione. Perfino dignitosissimi, insospettabili viaggiatori inglesi negano di averla mai vista.
Iris resta aggrappata con le unghie e coi denti al suo elementare senso di realtà per cercare di salvare insieme l’attempata signorina e la propria ragione che rischia di vacillare. Chi avesse visto il film – bellissimo – che Hitchcock ne trasse dimentichi il complotto di spie con annessi servizi segreti e sparatoria finale, e si prepari a gustare un sottile thriller psicologico.
In cui l’autrice non perde occasione, tra l’altro, per sorridere dei difetti (e dei pregi) dei sudditi di sua Maestà Britannica.
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