Pedrito lavoro oltre il muro
A San Diego l’aria è pulita, il traffico scorre e i camerieri non hanno mai messo piede in una talent agency per attori. Là ho aperto due ristoranti e ho imparato lo spagnolo come un messicano del nord. Il clima mite di San Diego ispira l’agricoltura ed il Chino Ranch era un miraggio per buongustai. Pomodori così dolci da farti capire perché sono frutta (e non verdure), meloni così profumati che li percepivi da cento metri, granoturco così dolce da sembrar inzuppato di miele. Il Chino, avendo una ventina di acri di proprietà in una delle zone più care del sud California, rifiutava in continuazione offerte d’acquisto da imprenditori. Vicino a San Diego c’è Tijuana, la piccola città del Messico sul confine della California. Tijuana è il centro di smistamento per i Messicani che passano la frontiera illegalmente. Paghi mille dollari per un “coyote” che ti aiuta ad entrare negli Stati Uniti ed il gioco è fatto. Ma non per Pedrito, un lavapiatti che lavorava per me a San Diego. Pedrito non aveva visti, permessi o passaporti, viveva a Tijuana e attraversava la frontiera per venire a lavorare. Ogni tanto chiamava per dire che ritardava: lo aveva pescato la polizia. Ora hanno eretto un muro d’acciaio tra San Diego e Tijuana del costo di milioni e milioni di dollari. Ma il muro non fermava la clientela messicana dai soldi pesanti del mio ristorante. Prenotavano 2 minuti prima dell’orario di chiusura. Godevano nel sapere che se non fosse stato per loro i camerieri sarebbero già stati a casa. Anche Pedrito.
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