Pensioni, la doppia faccia dell’Ulivo
Dialogo o guerra? Ma, soprattutto, riformismo o conservazione? è questo il dilemma che si pone la sinistra alla vigilia dello sciopero generale indetto da Cgil-Cisl-Uil in risposta alla ventilata riforma del sistema pensionistico italiano a partire dal 2008. Proposta che, sottigliezze della politica, non è nemmeno stata depositata sotto forma di emendamento dal governo. Sciopero preventivo, insomma. Che ne pensano i cosiddetti “riformisti” della sinistra intervistati da Tempi? Franco Debenedetti, economista e anima liberal della Quercia, spiega che «un’ulteriore riforma delle pensioni dopo la Dini e la Prodi è sicuramente necessaria, soprattutto per quanto riguarda l’innalzamento dell’età pensionabile. Il merito della riforma Tremonti lo valuterò quando il governo ce la farà conoscere nei dettagli». Una cosa è chiara per il senatore: «i sindacati scioperano contro una norma solo annunciata e non presentata». Errore. Invece di alzare le barricate, la sinistra dovrebbe alzare il livello della discussione nel merito dell’iniziativa governativa. Perché? Perché gli conviene: «Questa non è una riforma ma un annuncio di riforma che sarà a carico di chi governerà nel 2008, quindi di chi vincerà le elezioni nel 2006. Ora, dato che è possibile che saremo noi, abbiamo un ulteriore titolo a discuterne». Le obiezioni del riformista Debenedetti? «Sostanzialmente tre: il bonus per chi decide di restare al lavoro, di cui è difficile calcolare i costi. Il cosiddetto “scalone”, ovvero il gap che verrà a crearsi alla partenza il 1° gennaio 2008 del nuovo sistema e, ultimo ma non ultimo, la necessità – oltre che di riforme che adattino il welfare state ai cambiamenti demografici ed economici – di intervenire per riformare l’economia del Paese in modo da adattarla alle aspettative dei suoi cittadini». Analoga la posizione di Antonio Polito, direttore de Il Riformista, che allo sciopero generale ha dedicato un acuminato editoriale. E allora, direttore, cosa potrebbe incassare l’opposizione da questo sciopero generale? «Dopo lo sciopero la reazione più normale per la sinistra politica potrebbe essere quella di accodarsi al sindacato, un comportamento che giudico sbagliato per un motivo molto semplice: cosa vuole l’opposizione, il ritiro del provvedimento o il suo miglioramento? Parto ovviamente dal presupposto che di una riforma delle pensioni c’è assolutamente bisogno. Per questo dico che occorre delineare una proposta alternativa. Fassino, in merito, ha detto una cosa che reputo ovvia: ovvero, se c’è la possibilità di emendare il provvedimento, lo si faccia. Per il sindacato invece è pregiudizialmente inemendabile e questo è il vero discrimine della questione vista da sinistra: Cgil, Cisl e Uil dicono che non c’è bisogno di una riforma ma solo di piccoli interventi perché i conti sono in equilibrio, mentre la sinistra politica – si veda l’intervento di Enrico Letta – parla chiaramente e apertamente di squilibrio dei conti». Polito annuncia che i riformisti non subiranno lo sciopero senza batter ciglio, però la contraddizione dell’Ulivo in corteo (la “lista unica di Prodi”), è grossa: «Stavolta la sinistra politica avrà una posizione autonoma dopo lo sciopero e si augura che il sindacato si accodi. è ovvio che la contraddizione rappresentata dalla partecipazione dei partiti dell’Ulivo alla manifestazione va inserita nel novero di una speranza di lucrare qualche vantaggio contro il governo, ma credo che tutti sappiamo che dopo lo sciopero il problema resterà uguale». Non sarà che l’Ulivo spera in un effetto spallata della piazza, come col Berlusconi I? «Nel ’94 era evidente che il governo e il provvedimento potessero cadere, oggi non c’è quel clima di spallata, nemmeno nel Paese. Il clima che viviamo è un clima europeo: si è intervenuti in Germania e in Francia, Paesi dove i sindacati hanno perso il loro scontro, quindi bisogna riprendere a trattare. Paradossalmente, come ho già scritto, questo sciopero ha legittimato la riforma di Tremonti agli occhi dei mercati internazionali: se scendono in piazza, vuol dire che è strutturale e seria». Molto più duro nei confronti del governo ma certamente non schierato sulle posizioni da laissez-faire previdenziale dei sindacati è Nicola Rossi, deputato diessino ed economista di riferimento di Massimo D’Alema.
I dubbi del signor Rossi
«In merito alla sciopero io ho una mia idea. Devo dire, infatti, che non essendo ancora stato presentato l’emendamento in questione diventa più grave il fatto che il premier ne abbia anticipato i contenuti attraverso la tv a reti unificate: penso che i sindacati si siano sentiti feriti da quel modo di fare, da quel tradimento della concertazione e abbiano reagito come ritenevano più giusto. Passando al merito della questione previdenziale, ritengo che la proposta del governo sia tecnicamente pessima e costruita avendo in mente un sistema pensionistico che non c’è più, quello prima del ‘95 e della riforma Dini. All’interno di questo impianto, infatti, convivono pericolosamente il principio contributivo sancito dalla nostra manovra e il principio retributivo. Inoltre le parole del premier hanno fatto pensare che il problema fosse indifferibile: ma allora perché intervenire solo nel 2008? A mio avviso la sinistra non deve emendare ma presentare un’ipotesi alternativa credibile. Inutile negare che un problema di riequilibrio del welfare esista, anche perché sono emersi nuovi problemi e le riforme del ’95 non sono state terminate come sarebbe stato necessario. La strada da percorrere è il passaggio al contributivo per tutti e la formalizzazione di una risposta a problemi come le pensioni dei giovani e i conti con un mercato distorto che si basa sempre più su forme di precariato. I conti attuali possono essere anche relativamente equilibrati come dicono i sindacati ma ragionando responsabilmente bisogna guardare in un’ottica almeno cinquantennale per poter agire con gradualità e non doverci trovare costretti, tra qualche anno, a manovre drastiche per sanare un problema ormai sfuggito al controllo».
Uno sciopero pro forma
Qualcosina da ridire sull’atteggiamento di sindacati e opposizione ce l’ha anche Michele Magno, membro della direzione Ds e autore di un’eretica lettera al Foglio nella quale stigmatizzava la corrispondenza di amorosi sensi tra il duo Letta-Bersani e il governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, riguardo le ricette di Palazzo Koch in tema di previdenza. «Premettiamo una cosa. Io ritengo legittima e giustificata la protesta sindacale, per il semplice fatto che il governo non solo ha scelto di liquidare il confronto con le parti sociali, ma ha anche bypassato la fase del consulto. Detto questo, che è fondamentale, bisogna dire che questo atteggiamento governativo ha incancrenito la situazione spostando tutti i sindacati su una posizione che nega la necessità di intervenire sul sistema per garantire la sostenibilità finanziaria». Scusi, ma da quando si fanno gli scioperi generali su una questione di forma? Sulla sostanza, ha niente da dire? «Dico che questa posizione dei sindacati non è fondata sui fatti. Che esista un problema di sostenibilità finanziaria del sistema è infatti acclarato. Non lo dicono solo i dati della Ragioneria generale dello Stato e di Bankitalia: da qui al 2030 avremo un incremento della spesa pensionistica pari a due punti sul pil. Questo rischia di innescare tensioni poco sostenibili, determinate dal fatto che la riforma del ’95 – che fu strutturale – faceva riferimento a un mercato del lavoro fordista che non c’è più e non teneva in nessun conto i lavori atipici, ora diffusissimi, che garantiscono retribuzioni scarse a livello previdenziale, di introito per lo Stato. L’ampliamento del ricorso a fondi pensionistici integrativi attraverso il tfr può quindi essere una soluzione limitata unicamente ai lavoratori con un impiego stabile, la minoranza in prospettiva». Quindi, che fare, direbbe Lenin?
Una riforma strutturale
«Io dico che non c’è bisogno solo di interventi correttivi come quelli proposti dal governo, ma di un secondo, vero processo di riforma strutturale del sistema che vada ad intervenire sul problema del finanziamento del sistema previdenziale e che superi la logica dei contributi che, alla luce delle disparità del mercato, rischia di creare un principio di ridistribuzione iniqua tra le generazioni. Insomma, se vogliamo dare una risposta sul lungo periodo alla necessità di sostenibilità finanziaria e sociale bisogna superare il sistema dei contributi attraverso un ricorso alla fiscalità generale, quindi abbassando il costo del lavoro al fine di giungere alla creazione molto graduale di un livello intermedio di copertura finanziaria per i lavoratori precari. Certo, se l’opposizione e i sindacati avessero avuto il coraggio di proporre chiaramente l’estensione del sistema contributivo pro rata a tutti credo che la discussione odierna non avrebbe intrapreso questa strada…». Coraggio, una strada che forse i dalemiani vorrebbero un po’ battere. Ma che sembra rimanere ancora sconosciuta al Giano bifronte di Bruxelles. Una cosa è certa, la battaglia ideologica sulle pensioni la si può vincere o perdere, ma resta un ponte: lo si può attraversare, ma non costruirci sopra una casa politica comune. Coraggio.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!