Pentolone Sanremo

Di Peppino Zola
10 Febbraio 2020
Anche quest'anno il Festival ha pagato dazio al politicamente corretto. Poca musica, tante prediche tutte ideologicamente orientate
sanremo

Caro direttore, ora che finalmente è formalmente finito (continuerà ancora per alcuni giorni), vorrei proporre alla Rai di cambiare il nome ufficiale del cosiddetto festival di Sanremo, che, se non sbaglio, è “Festival della canzone italiana”. Dal prossimo anno potrebbe essere intitolato “Festival del politicamente corretto”. Infatti, le canzoni, che dovrebbero essere il vero oggetto della dispendiosissima manifestazione, vengono immerse in una immensa pentola, nella quale c’è un po’ di tutto. E questo tutto viene tenuto insieme da un filo rosso (per la precisione, arcobaleno) che fa assolutamente riferimento al “pensiero unico” prodotto dal “politicamente corretto”. Per cui, per ben cinque serate, circa dieci milioni di italiani credono di assistere ad un evento anticonformista, che, invece, più conformista non si può. Molti si vestono in maniera orripilante, altri si truccano come mostri, altri dicono le solite parole permesse, ma tutti si devono attenere a sottolineare ciò che viene autorizzato dal politicamente corretto.

L’esempio più clamoroso di questo andazzo è stato fornito da Roberto Benigni (300.000 euro di cachet, in pratica 10.000 euro a minuto), il quale ha preso spunto dal commento fatto al sublime Cantico dei cantici per pagare il prezzo della sua presenza su quel palco, accennando (frettolosamente) anche all’amore omosessuale, quando quel capolavoro, nei suoi termini descrittivi, fa riferimento unicamente al rapporto amoroso (simbolo di ben altro) tra uomo e donna, dico tra uomo e donna. Il “politicamente corretto” non permette più che si parli di questo rapporto, praticato dal 98 per cento della gente, senza dovere per forza accennare ad altri rapporti. E Benigni ha obbedito.

Prima di procedere alla lettura di alcuni brani, scelti con una certa malizia, purtroppo ha elencato tra i suoi consulenti anche un cardinale di Santa Romana Chiesa, tanto per aumentare la confusione e dare maggiore autorevolezza a quanto deciso dal pensiero unico. La Rai, peraltro, si fa portatrice di tale pensiero, non solo a Sanremo, ma anche in tante altre trasmissioni di divertimento ed anche in tanti servizi e notiziari.

Faccio un esempio. In un’altra trasmissione della Rai, quella dei cantanti in maschera, uno dei giurati ha annunciato un certo voto “per garantire la quota gay”. Con tale sincera dichiarazione si è accertato che tale quota esiste, con buona pace di tutti i discorsi relativi alla discriminazione. Mi pare che anche a Sanremo la quota sia stata assicurata. Anzi, a tutto vantaggio della minoranza. Ci vorrebbe il famoso democristiano Cencelli per fare un po’ d’ordine nella materia.

Caro direttore, volevo solo dirti e confermarti che oramai si vive quest’aria un po’ dappertutto e che la Rai si è prontamente adeguata. Ma allora prendiamone atto e chiamiamo le cose con il loro nome sostanziale. Basta col festival di Sanremo, inauguriamo il festival del “politicamente corretto”: peraltro, anche il bravo Amadeus si è già adeguato e quindi può condurre il prossimo festival.

Peppino Zola

Foto Ansa

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