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Per tutta la vita che resta. I custodi degli ultimi degli ultimi di Russia

Di Caterina Giojelli
28 Agosto 2024
La breccia aperta negli ospedali sovietici da sacerdoti clandestini, medici, giornalisti, la via dell'hospice e delle cure palliative per salvare gli inguaribili abbandonati dallo Stato. Storie di bambini con le labbra blu, di malati spacciati, miracolati e di chi ha cura di loro
“Un mondo in cui ciascuno è importante. Hospice – storie di una Russia sconosciuta”, immagini della mostra ospitata al Meeting di Rimini la scorsa settimana (foto Flickr Rimini)
“Un mondo in cui ciascuno è importante. Hospice – storie di una Russia sconosciuta”, immagini della mostra ospitata al Meeting di Rimini la scorsa settimana (foto Flickr Rimini)

«In epoca sovietica, prima della perestrojka, sacerdoti e credenti avevano il divieto di mettere piede in ospedale per assistere i malati, tanto più i minori. Insieme a padre Aleksandr eravamo stati a visitare dei pazienti adulti, di nascosto: io nella cartella gli portavo la talare, la stola e il Vangelo, e lui passava con addosso un camice, come se fosse un medico arrivato per un consulto. Mentre poi si vestiva, confessava e comunicava il malato io “facevo il palo” sulla porta della stanza, perché avrebbe potuto entrare qualcuno del personale sanitario e buttarci fuori – non che fosse sempre cattiva gente, ma avevano istruzioni severissime. Come ci disse una volta una caposala: “Io al vostro posto probabilmente farei lo stesso, ma dovete capirmi: per una cosa del genere sarei licenziata in tronco”. Padre Aleksandr rischiava la sospensione a divinis, e quanto a me, mi avrebbero semplicemente cacciato dall’università in cui insegnavo. Per fortuna, il Signore ci ha sempre assistito».
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