Perché Berlusconi ha ragione

Di Barea Maite
01 Ottobre 2003
Vita più lunga, popolazione più vecchia pochi lavoratori per tanti pensonati: senza riforma il sistema pensionistico italiano, iniquo dal punto di vista della solidarietà intergenerazionale, va a fondo

Tanti avevano preannunciato un autunno caldo sulle pensioni in Italia. è cominciato. Sui giornali, almeno. Dove si alternano le polemiche nella stessa maggioranza di centro-destra al governo e le minacce di sindacati e opposizione di paralizzare il Paese con mesi di scioperi generali e manifestazioni di piazza. Ma gli italiani hanno capito qual è la posta in gioco? Proviamo a guardare la realtà in faccia: come mai l’Italia è arrivata a questo punto critico in tema di pensioni? è l’unica in Europa a dover affrontare questo problema? Cosa si può fare per affrontarlo in modo serio e realistico?

Welfare europeo. E record di spesa italiano
Il moderno Welfare State cominciò con l’istaurazione di uno Stato sociale in Germania, nel 1883, sotto il governo del cancelliere Bismarck. La legge del 1883 rese obbligatorie le assicurazioni di malattia per i lavoratori con bassi salari; quelle successive introdussero le assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, contro la vecchiaia e l’invalidità, l’assicurazione sulla vedovanza e sulla disoccupazione.
La Gran Bretagna si inventò un proprio modello di Protezione Sociale. Churchill domandò a Lord Beveridge una riflessione sulle conseguenze delle crisi degli anni Trenta e della guerra. Lo scopo era ricostituire un regime fondato sulla libertà individuale e, in aggiunta, sulla sicurezza sociale. Le caratteristiche del contesto economico e sociale inglese – e in genere dell’insieme degli stati europei – di allora erano le seguenti:
• Una struttura equilibrata della popolazione: le persone al di sopra dei 65 anni erano il 14%.
• Il pieno impiego delle risorse produttive: il tasso di disoccupazione si collocava mediamente intorno al 3% della popolazione attiva.
• L’economia era relativamente “chiusa”, data la bassa percentuale delle importazioni e delle esportazioni sul Pil.
• Una scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
• Una forte stabilità della famiglia.
I quasi tre decenni di prosperità sopravvenuti nelle società occidentali, fino alla prima crisi petrolifera, hanno permesso di allocare alla Protezione Sociale una quota crescente di risorse pubbliche (nel 2000, i due terzi delle risorse disponibili, cfr. grafico 1).
Concretamente in Italia, il primo schema pensionistico fu introdotto nel 1863 per i dipendenti pubblici e fu esteso a tutte le categorie di lavoratori fra gli anni ’30 e ’40. Oggi l’Italia dedica quasi il 16% della spesa pubblica della Protezione Sociale alle funzioni Vecchiaia e Vedovanza (cfr. Grafico 2), il tasso più alto di tutta l’Europa.

Pensioni Italia, buco nero dello statalismo
Come gli studi economici dell’Ocse sull’Italia hanno frequentemente sottolineato, il suo sistema pensionistico è stato estremamente generoso, con un rapporto pensione/stipendio fra i più elevati d’Europa. Fino alla riforma Dini del 1995, il sistema pensionistico si basava sul regime a ripartizione e tasso fisso di sostituzione, con un intervento della fiscalità generale per coprire le crescenti esigenze finanziarie. Nel regime di ripartizione, le pensioni vengono pagate grazie ai contributi delle persone in attivo. Nel modello di tasso fisso di sostituzione, la pensione che percepisce il lavoratore è uguale a una percentuale costante del suo stipendio in attivo. In questo senso, i lavoratori del settore privato vedevano calcolata la loro pensione sul salario medio degli ultimi cinque anni, i lavoratori del settore pubblico, addirittura su quello dell’ultimo mese (di più, era insorta l’abitudine di concedere una promozione alla vigilia della pensione). Nel settore privato e per i lavoratori autonomi bisognava avere 35 anni di contribuzione per andare in pensione; nel settore pubblico, 20 anni. Fino al 1995 non c’era proporzionalità fra ciò che si portava e ciò che si percepiva, né equità tra le generazioni.
Sebbene fossero stati fissati per legge i limiti di età prima dei quali non si poteva andare in pensione, vi era una forte tendenza al pensionamento anticipato in caso di disoccupazione (senza tenere conto della necessità di un “aggiustamento” di pensioni che dovevano essere pagate per un periodo più lungo in relazione all’allungamento della vita media) e al riconoscimento di invalidità (così che la pensione veniva combinata con quella di vecchiaia).
Un regime del genere era interessante in un contesto di crescita demografica, agli inizi del ventesimo secolo. Ma oggi che l’Italia – insieme alla Spagna – subisce il processo più veloce d’invecchiamento d’Europa, il modello sbocca inesorabilmente su crescite importanti dei contributi pagati che, nonostante i notevoli interventi della fiscalità pubblica, non riescono a garantire la sostenibilità futura del sistema. Un effetto analogo si produce quando cala il numero dei lavoratori, sia a causa della disoccupazione, sia della diminuzione del numero di persone in età lavorativa.
Tutto ciò ha provocato negli ultimi decenni uno dei problemi più gravi del sistema pensionistico italiano: la sua mancanza di equità intergenerazionale. Si è dimenticato – non soltanto in Italia, ma anche in altri Stati europei – che lo scopo di un sistema di pensioni obbligatorio e contributivo è di distribuire il reddito personale all’interno del ciclo vitale dell’individuo. Non quello di redistribuire il reddito fra classi sociali o fra generazioni. Dunque: non c’è alcun motivo perché i lavoratori anziani o di una certa età facciano lo sciopero se il Governo attua la riforma delle pensioni, come sembrano minacciare i Sindacati. Dovrebbero essere piuttosto le coorti di giovani a scendere in piazza se il Governo non osasse portare avanti tale riforma. In pratica, le generazioni attuali, che pagheranno di più facendosi carico del sistema nel momento di massima espansione della spesa, saranno anche quelle che dovranno accontentarsi di prestazioni più ridotte. Sono i giovani lavoratori a caricarsi sulle spalle sia gli oneri della solidarietà verso le generazioni precedenti, sia i costi del risanamento dello squilibrio del sistema pensionistico.

Le riforme pensionistiche degli anni ’90 in Italia
Già da tempo, il Ministero italiano del Tesoro aveva stimato che se le cose fossero procedute così, nel 2030 la spesa pensionistica in percentuale del Pil si sarebbe raddoppiata. In effetti, allo squilibrio intrinseco del sistema si è aggiunto il fortissimo tasso d’invecchiamento della popolazione. L’enorme invecchiamento della popolazione non è esclusiva dell’Italia, ma assieme alla Spagna, sono i due paesi a subirne soprattutto gli effetti: nel 2050 il 40% della popolazione italiana e spagnola sarà al di sopra dei 60 anni. Si pensi che in questi paesi, all’ inizio del ventesimo secolo, vi erano circa 11 lavoratori per 1 pensionato. Nel 2000, ce n’erano 3,5 per 1 pensionato e nel 2050, prevedibilmente, ce ne saranno 1,5 (e sottraendo disoccupati, prepensionati, invalidi, donne non attive, ecc. la cifra è di quasi 1 lavoratore per 1 pensionato). Vediamo sul grafico 3 l’andamento dei tassi di dipendenza forniti dall’Ocse per i paesi europei, veramente preoccupanti: tanto il rapporto tra anziani inattivi (anni 65 e oltre) e persone potenzialmente in età lavorativa (anni 20-64), quanto il rapporto tra persone dipendenti (giovani 0-19 e vecchi 65 e oltre) e persone potenzialmente in età lavorativa. I tassi di dipendenza indicano chi deve sopportare il carico prodotto dall’aumento della spesa per la protezione sociale (cfr. Grafico 3).

L’imbroglio (per chi andrà in pensione entro il 2030) della legge Dini
L’applicazione del sistema previdenziale introdotto dalla legge 335/95 comporterà effetti positivi notevoli sulla finanza pubblica quando tutte le pensioni saranno calcolate sui salari di tutta la vita lavorativa e sull’ammontare di contributi versati per 35 anni – rivalutati sulla base della media mobile quinquennale del Pil -, con riaggiustamento attuariale in caso di prepensionamento. Questo nuovo sistema vigerà per tutti quelli che hanno cominciato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995; ciò vale a dire che le pensioni così costituite verranno pagate soltanto dopo il 2030. Nel frattempo, l’equità intergenerazionale del sistema è sempre compromessa poiché vige un sistema misto per generazioni contigue di lavoratori. Durante il periodo transitorio, le generazioni con più di 18 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 vedranno le loro pensioni calcolate secondo il vecchio sistema; coloro con meno di 18 anni godranno di una forma mista (pro-rata) e con rendimenti sensibilmente inferiori ai precedenti.
Secondo le previsioni del Comitato di Politica Economica dell’Ue, la spesa per le pensioni non farà altro che crescere fino al 2033, in cui raggiungerà il suo livello massimo, per poi diminuire e stabilizzarsi nel 2050 ad un livello simile a quello attuale. Per questa ragione sia gli organismi internazionali che le Commissioni Ministeriali o la Confindustria sottolineano con forza l’eccessiva lunghezza del periodo transitorio. D’altro canto, il sistema presenta un forte deficit in questo momento: se si considerano assieme le pensioni contributive e le pensioni di assistenza, il sistema pensionistico ha un debito verso il Bilancio dello Stato equivalente al 3% del Pil.
Dal punto di vista fiscale, lo Stato italiano non ha grandi margini di manovra – come tutti gli altri membri dell’Unione monetaria, peraltro- e deve rispettare il Patto di Stabilità (cioè, di tendere all’equilibrio del Bilancio pubblico e ad un tasso del 60% dell’ indebitamento pubblico sul Pil). Se la Commissione ha fatto momentaneamente eccezione per il primo criterio (visto che alcuni Stati come la Germania, la Francia, l’Italia, non lo raggiungono), per ciò che riguarda il secondo, l’Italia è molto malmessa: 106,7% di indebitamento pubblico sul Pil! (cfr. grafico 4).

Il progetto di riforma
L’attuale progetto di delega vuole favorire la formazione di sistemi complementari di pensioni. È così che si è pensato di destinare il Trattamento di fine rapporto (Tfr) alla formazione di pensioni complementari, gestite a capitalizzazione presso le istituzioni finanziarie. Tramite questo sistema misto si tenta di attuare una diversificazione del rischio associato a ogni sistema previdenziale.
Finora il tasso di interesse pagato sui fondi del Tfr dalle imprese era garantito, stabilito al 6,91%. Dovendo perdere in questo modo le imprese una loro fonte di finanziamento interno, la Delega prevede una riduzione del prelievo contributivo per i neoassunti a tempo indeterminato (d’altronde, i contributi in Italia sono fra i più alti in Europa, pari al 32,7% della retribuzione per i lavoratori dipendenti, e sono un grande ostacolo tanto per l’incremento del livello di occupazione come per la competitività internazionale).

Più lavoro anziano
D’altra parte, in tutti gli Stati membri dell’Ue, l’allungamento della vita media richiede una crescita equilibrata del numero di anni lavorati e di quelli trascorsi in pensionamento. Oggi, all’età di 65 anni, la speranza di vita media per l’uomo nell’Ue è di quasi 16 anni in più e per la donna 20 anni di più. Questo fa sì che già dagli inizi degli anni Novanta si sia cominciato a parlare di un “quarto pilastro” per le pensioni di vecchiaia in modo da contribuire alla sostenibilità del drastico problema del finanziamento pensionistico nel futuro. Infatti, soprattutto nei paesi scandinavi – ma anche in Francia e Germania si percepiscono dei tentativi in questo senso – è già da qualche anno che si realizzano dei cambiamenti, con l’obbiettivo di evitare i prepensionamenti, spostare e flessibilizzare l’età pensionabile, promuovere una reale partenza progressiva in pensione e la possibilità di combinare i redditi della pensione con uno stipendio proveniente dal lavoro. La Commissione Europea, nella sua strategia sull’occupazione, attribuisce un’importanza cruciale all’ incremento del tasso di occupazione dei lavoratori anziani ed esige che prima del 2006 tutti gli Stati membri abbiano una legislazione contro le discriminazioni fondate sull’età.

L’autoliquidazione dell’Europa
Indubbiamente, è un bene che la società europea possa vivere più a lungo. Il problema si pone fondamentalmente perché avendo perso gli europei la ragione del vivere e del lavorare, non si fanno più figli e si tenta di scappare del lavoro come da una dannazione. E così, si riesce a malapena a sostenere le accresciute spese sociali di una popolazione europea invecchiata, spese che, secondo il Comitato di Politica Economica della Commissione Europea, possono aumentare in media per l’Ue fra il 5 e l’8 % del Pil, all’orizzonte del 2050.
Se l’Italia nel 2040-2050 dovesse destinare più del 70% della spesa pubblica a sostenere le sue spese sociali – specialmente per la vecchiaia -, cosa rimarrebbe per la ricerca, per le infrastrutture, ecc.? Amara consolazione l’egoismo che dice: “Tanto, se il sistema crolla, che mi importa, io nel 2040 non ci sarò più!”. È sparita in un modo così assoluto quella gratuità che fece nascere la nostra civiltà per cui i padri piantavano quegli ulivi, dei quali solo qualche generazione dopo avrebbe raccolto frutti?

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