Perchè è giusto l’indulto
E’ dal Giubileo che il Papa chiede ai politici italiani un atto di clemenza nei confronti dei detenuti. Peccato che la politica ne abbia discusso a lungo e male. E questo perché, si dice, quello delle carceri e dell’indulto sarebbero temi poco allettanti per l’elettore medio. Sarà, ma la politica non dovrebbe essere anche esercizio di libertà e responsabilità, oltre che arte della mediazione degli interessi (e delle clientele) forti? Alla fine, anche i più neghittosi (Fini e Bossi), si sono rassegnati e così una (modesta) proposta di clemenza andrà in votazione alla Camera il prossimo 16 gennaio. Lo chiamano “indultino”.
«È una misura molto ridimensionata e concessa senza generosità, ma che farebbe uscire qualcuno di galera e quindi senz’altro meglio che niente – anche se non sarebbe quel regalo generoso, aperto e fiducioso, che fa bene a chi lo fa e a chi lo riceve». Queste parole sono di un uomo che la realtà della galera la conosce ormai piuttosto bene, e per esperienza diretta: Adriano Sofri, l’ex leader di Lotta Continua condannato a 22 anni di carcere per l’omicidio del commissario Calabresi. Il quale non parla certo pro domo sua, visto che i 16 anni di pena ancora da scontare lo escludono dai benefici di qualsiasi forma di indulto. Tempi lo ha raggiunto presso quello che è il suo domicilio da sei anni a questa parte, la casa circondariale Don Giovanni Bosco di Pisa. Più di un’ora di grottesca burocrazia carceraria per entrare nella saletta blindata del ricevimento visite, uno squallido locale spoglio che affaccia su un cortile cieco, dove il cielo s’intravvede appena, tra le sbarre e il cemento corroso dei cornicioni. Dopo i viaggi a Teheran, Sarajevo, Grozny, è dalla clausura di questo particolare punto di osservazione che a Sofri è toccato in sorte di guardare, come di consueto con occhio acuto, alle vicende italiane. «In carcere bisognerebbe organizzare delle visite guidate per le scolaresche. Perché questo è un luogo che dà la misura della civiltà di un paese. Soprattutto in carcere dovrebbero venire, e non in visita, ma per passarci almeno una notte, tutti i magistrati e chiunque abbia l’autorità per mandare un uomo in galera».
Ma infine chi beneficerebbe di questo fantomatico “indultino” che sembra fare così paura a tanta gente?
Moltissima parte delle persone che sono oggi in galera si trova rinchiusa per piccolissimi reati, per non parlare di chi è recluso senza aver avuto nessun processo e senza aver ricevuto nessuna condanna, quasi la metà della popolazione carceraria. Si tratta di persone che si sono macchiate di reati irrisori, molto spesso condannate e finite in galera perché non hanno un nome, o ne hanno 15, oppure non hanno un avvocato da pagare e hanno lasciato che scadessero i termini per presentare un’istanza con la quale oggi non sarebbero dietro le sbarre. Potrebbero tornare fuori dal carcere persone che hanno scontato una buona parte della pena, a cui per esempio restano 2 o 3 anni, le quali peraltro potrebbero già uscire se si facesse buon uso della legge che prevede le pene alternative. Invece, paradossalmente, mentre si discute dell’indulto, in Italia ci sono restrizioni sempre più avare sulla concessione delle pene alternative. Dunque potrebbero uscire un po’ di questi ragazzi, di questi signori che hanno commesso piccoli reati e che oggi intasano questi posti.
Giovanni Paolo II ha chiesto un gesto di clemenza verso i detenuti nel luglio del 2000, durante il “Giubileo dei carcerati”. Non è successo nulla. Poi lo ha chiesto nuovamente davanti ad un Parlamento riunito al gran completo, lo scorso novembre. Fin qui senza risultati apprezzabili. Ma quanto conta questo Papa nella politica italiana?
La domanda facilita il compito delle persone dal cuore più chiuso. Perché questo Papa nella politica italiana non deve contare niente. Il problema è piuttosto quanto conta questo Papa nei pensieri, nelle riflessioni e nei sentimenti delle persone, comprese le persone che si occupano di politica, che hanno autorità. La questione allora non è se la politica debba regolarsi su quello che dice il Papa, ma che quello che dice il Papa, con un’autorità spirituale e anche personale formidabile, si aggiunge a quanto dicono molte altre persone, non solo i detenuti, ma gli agenti carcerari coi loro sindacati, i direttori delle carceri, le educatrici, i medici, insieme a quella parte di opinione pubblica che vuole conoscere come stanno realmente le cose, senza farsi spaventare dai loro fantasmi. L’applauso al Papa a Montecitorio c’è stato ed è stato in un certo senso provvidenziale perché i detenuti, che ormai hanno imparato bene la lezione, sanno che senza questa specie di coincidenza, quella della visita del Papa al Parlamento, e senza la tenacia con cui il Papa ha insistito sulla richiesta di una riduzione di pena, tutte le loro speranze sarebbero state affossate. Non c’era nessuna possibilità che andassero avanti…
Ma perché questo Papa si prende tanto a cuore la situazione dei detenuti?
«Questo Papa, con la sua autorità e la sua personalità – se permetti con una personalità anche un po’ in extremis, è un Papa molto in là con la sua vita – con la sua stanchezza e la sua debolezza, con la sua forza, parla di un gesto di clemenza per i detenuti, parla dei detenuti come suoi fratelli, parla di una riduzione della pena addirittura con una terminologia tecnica, ma non fa semplicemente riferimento a problemi tecnici, pratici, materiali. Quasi a dire “bisogna sgomberare le carceri perché c’è sovraffollamento”, come si direbbe di uno stadio pericolante o di una pensione delle Dolomiti. Il Papa parla della necessità che periodicamente emerge nelle nostre vite, individuali e collettive, delle comunità come delle persone, di fermarsi, riflettere, perdonarsi se vuoi, e ricominciare. Questa necessità vale per tutti. Il Giubileo è stata la grande, generosa occasione per fare questo, offerta ad un’intera società umana, non solo a una categoria più disgraziata come quella dei carcerati.
Come mai una certa parte della sinistra sembra avere più facilità a chiedere la galera per qualcuno che a chiederne la libertà? Abbiamo visto girotondi per far finire alcuni politici in manette, ma non abbiamo ancora visto un solo girotondo per far uscire qualcuno dal carcere…
Io penso che questa impronta di passione per l’esercizio di una forza che schiacci la libertà delle persone sia molto antica, probabilmente precede la demarcazione politica degli schieramenti tra destra e sinistra. Penso che le folle adunate ed emozionate, in certi giorni di grande festa o di grande dramma, siano molto facili a chiedere che qualcuno venga messo in croce, capisci? Apparentemente le folle si radunano per rispondere alla domanda “Chi volete che salviamo, chi volete che liberiamo oggi?”. La domanda cui non vedono l’ora di rispondere è invece “Chi non volete che salviamo oggi?”. Una volta ho detto, come fosse un paradosso, ma non lo è fino a questo punto, che la folla ondeggiante davanti alla domanda “Volete che salviamo Barabba o Gesù?”, avrebbe volentieri risposto “Crocifiggiamoli tutti e due!”. Succede anche in certi posti e in certi momenti più vicini a noi…
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