PERCHé I CATTOLICI USA HANNO PREFERITO IL PROTESTANTE BUSH A KERRY
Elezioni Usa. Quelle già passate, quelle del 2 novembre scorso, quelle che hanno riconfermato George W. Bush alla Casa Bianca per altri quattro anni. A furor di popolo. Rusell Shaw, scrittore e giornalista di Washingon, le analizza sul mensile Crisis: Politics, Culture, and the Church. Cattolico.
Tre premesse. La presidenza Bush non realizzerà certo il paradiso sulla terra e per la Chiesa cattolica non è saggio buttarsi a pesce in braccio a un partito politico. Ma chi immagina che la politica sia cosa troppo sporca per gli uomini di fede è uno sciocco. Oppure un eretico.
Detto questo, la parola alla matematica. Per Bush ha votato il 52 per cento dei cattolici e il 47 per John F. Kerry (i cattolici sono il 27 per cento dell’elettorato nazionale). E se poi dai cattolici sociologicamente cattolici si passa ai cattolici osservanti e praticanti le statistiche rivelano che per Bush ha votato il 55 per cento del secondo gruppo. Primo dato hard. Nel 2000, infatti, il Democratico Al Gore ottenne il 50 per cento dei suffragi cattolici e Bush solo il 46. Secondo dato. Bush ha ottenuto il 44 per cento del voto ispanico, la maggior parte del quale è cattolico. Terzo dato. Bush ha guadagnato il 59 per cento del voto protestante complessivo e il 78 per cento di quello born-again, i “cristiani rinati”. Ovvero conversioni adulte, mature, spesso di gente che prima pascolava decisamente altrove. Insomma quelli convinti, quelli che Jesus loves ya ma per davvero. Quarto dato. Il mondo ebraico ha preferito Kerry, ma Bush ha ottenuto un importante 5 per cento in più rispetto a quattro anni fa.
Conclusione (prima). Hanno votato più cattolici convinti per il born-again ruspante Bush che per lo snob Kerry, cattolico solo sociologicamente. Corollario. Nessun candidato politico Usa può più fingere di nulla davanti ai cristiani, e per di più ai cattolici, tutta gente che può fare la differenza. In Usa non è una completa novità, ma la novità vera sono anzitutto le percentuali, quindi il grandioso mutamento di fronte dei cattolici e di certe minoranze etniche (per esempio cattoliche). I cattolici, infatti, e le minoranze etniche (cattoliche o meno), sono sempre stati il territorio di caccia dei Democratici, che dopo Franklin D. Roosevelt (e forti del mito – di cartapesta – di John F. Kennedy) hanno sempre disprezzato i repubblicani come wasp, yankee e occupati solo a fare denaro calpestando chiunque.
Che ne deduce Russell Shaw su Crisis? Questa conclusione (seconda e ultima). I cattolici praticanti Usa stanno formando alleanze nuove (e per certi versi inedite) con veri credenti di altre denominazioni (e con laici non laicisti) onde combattere la battaglia per loro più importante. Quella culturale.
Joseph Bottum, literary editor cattolico del neoconservatore The Weekly Standard (diretto da William Kristol) conferma e rilancia. Il “voto cattolico” tradizionalmente inteso è scomparso. Al suo posto esiste oggi una santa allenza fra tradizionalisti di tutte le denominazioni. Ora la palla passa alle gerarchie e alle Chiese sul piano spirituale, ai politici su quello appunto politico. Riusciranno a non gettare tutto alle ortiche?
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