Perché il Papa che sfida i lupi infastidisce i pecoroni di tutte le chiese

Di Tempi
30 Novembre 2006

Nonostante l’agitazione dei nuovi orefici di Efeso, quelli che duemila anni fa avrebbero voluto linciare Paolo, l’apostolo dei pagani che con il suo Cristo scombussolava i commerci intorno alla dea Artemide, Benedetto XVI ha sfidato l’impopolarità organizzata dai potenti ed è tornato nella terra che fu la culla del cristianesimo. La patria dei Concili che hanno scritto tutte le verità di fede che ancora oggi il cattolico professa nel suo Credo. L’altrove geografico a cavallo tra Oriente e Occidente dove il cristianesimo è ridotto a un’esistenza archeologica. Non deve apparire strano se, come ci ha raccontato il nostro inviato a Istanbul, sotto le sacre ceneri del nazionalismo e dell’islam radicale, anche in Turchia – magari insieme a qualche tram – brucia quel fuoco tipicamente umano che si chiama desiderio. Di libertà. E infatti, sebbene si dica in giro che dopo Ratisbona il Papa ha sfidato i lupi grigi del nazionalismo estremista e le pecore nere dell’islam radicale per riportare pace e dialogo nelle relazioni con l’islam, non bisogna dimenticare che all’opposto di quella fiorente industria del politicamente corretto che relativizza ogni dato di ragione e annacqua ogni verità, il Papa sa e predica una pace nella verità e un dialogo non separabile dalla ragione. Benedetto XVI non è un sottomesso. Né ai luoghi comuni del relativismo, né alle insolenze dell’islamismo. Ciò, si capisce, inquieta sia i ministri della religione, sia quelli di mondo. I quali hanno capito che accanto alla storica missione della riunificazione tra Chiesa cattolica e Chiese orientali ortodosse, c’è in ballo la grande sfida della libertà portata da Cristo ai nichilismi dispotici d’Oriente e d’Occidente. Il nichilismo dispotico del mondo volontarista e senza realtà che benedice il matrimonio gay e, insieme, quello col jihad.

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