Perché il relativismo anagrafico del governo scombussolerà la vita del cittadino-suddito

Curiose priorità, quelle di questo governo. La scuola è in coma, le ferrovie peggio, la cannabis dilaga, per dire le prime cose che mi vengono in mente, anche perché le incontro nella mia vita, e in quelle degli altri. Su cosa interviene invece il governo? Sui cognomi. Da una parte, si potrebbe dire, siamo al nominalismo, al nascondersi dietro le parole, non sapendo intervenire sui fatti sottostanti. I nomi, però, e soprattutto i cognomi delle persone, non sono solo parole ma anche simboli. Portare il nome del padre ha un suo significato. Quello della madre anche. Portarli entrambi, secondo un ordine deciso a cena dai genitori, secondo la legge relativista del “fai da te”, che sta per diventare legge, ha ancora un altro significato simbolico. Vuole dire che lo Stato non riconosce più alcun ordine simbolico. Affidandosi magari al sorteggio, come avrebbe voluto il ministro Bindi, che lo richiedeva per decidere appunto quale cognome mettere per primo, se quello del padre o della madre dei bimbi.
Che lo Stato non riconosca più un ordine simbolico, perfino nelle norme più simbolicamente rilevanti, come quella sul cognome, è un fatto interessante. Perché se, come tutta la psicologia del profondo ha riconosciuto, l’accesso al simbolo è ciò che consente nella persona lo sviluppo di un ordine, anche psicologico, ciò che la sottrae all’indifferenza della follia, la rinuncia ad esso relega il cittadino-suddito a una sorta di disorganizzazione mentale. L’individuo dello Stato pienamente relativista è costretto a vivere nell’istante, sorteggiando a caso gli eventi della propria vita, senza poterli collegare alla propria tradizione, base forte dei propri progetti.
Il togliere di mezzo l’ordine simbolico non solo ti rende più difficile costruirne uno, spingendoti verso la follia, ma ti deruba della ricchezza affettiva e relazionale, che il simbolo possiede. La condanna femminista-relativista, che costringe la donna a rinunciare al cognome del marito, per non usare mai altro che il suo, non è da poco. Quel cognome (come il conseguimento della laurea, la nascita dei figli), segnava una conquista da parte donna: quella del matrimonio, e del marito. Questa norma “femminista” invece, che costringe la donna a rimanere al proprio cognome d’origine, significa implicitamente che matrimonio e marito non aggiungono nulla all’identità femminile di partenza, che continua a essere soltanto ed esclusivamente quella di prima. In questo modo, anche questa regolamentazione dei cognomi assesta un altro duro colpo al significato dell’unione coniugale e della famiglia, che non è neppure in grado di modificare, arricchendola di un nuovo cognome, l’identità di chi la costituisce. Così facendo però impoverisce in modo autoritario (come tutta la normativa relativista) la vita e la personalità dei cittadini e delle donne, che non sono più libere di riconoscere le proprie appartenenze (per esempio al marito e alla propria famiglia) e i propri valori.
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